Keaton Buster

Il cameraman

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Keaton Buster
 The Cameraman è uno dei massimi capolavori di Buster Keaton (1895-1966). Dopo il film Stremboat Bill Jr Keaton venne ceduto alla MGM. Fu l’inizio della fine. Il sonoro sarebbe arrivato presto e Keaton avrebbe potuto affrontarlo senza problemi, ma la Major americana gli tolse presto ogni autonomia sia nella scrittura che nella realizzazione di ogni film. Il primo lungometraggio che realizzò fu Il cameraman, nel quale lavorò con Sedgwick - vecchia conoscenza del vaudeville - ma non fu che un caso fortunato. Benché la regia di Keaton non fu accreditata, il film rispecchia li riassunto dei valori della poetica keatoniana; il suo seguente lavoro Io e l’amore (Spite Marriage, 1929) è da considerarsi come l’ultimo effettivo film di Keaton. D’ora in avanti non gli fu permesso di intervenire nei processi lavorativi delle pellicole, tanto più che i problemi familiari lo costrinsero ad una graduale depressione. Il lavoro divenne un obbligo, il divorzio e l’allontanamento dai tre figli non fu d’aiuto, l’alcol prese il sopravvento e la carriera di Buster Keaton fu stroncata.
La rivalutazione del genio avvenne nei primi anni ‘60, cioè negli ultimi anni di vita del regista: dopo svariate pellicole scadenti, qualche particina importante (Sunset Boulevard, Wilder 1950; Limelight, Chaplin 1952), un film con Franco & Ciccio (Due marines e un generale, 1965) ed un ottimo cortometraggio con Samuel Beckett (Film, 1965) Keaton fu riconosciuto come uno dei più grandi autori del cinema muto.
 
 
 
Il fotografo Luke Shannon lavora nelle strade di una grande città. Mentre è intento a scattare un ritratto, la strada si riempie di folle e volantini, qualche personalità sta per passare in automobile e il marciapiede è coperto da giornalisti e curiosi. Luke viene pressato dalla gente e si trova compresso contro una ragazza. Basta starle vicino che Shannon perde la testa. La folla presto scompare e si ritrovano soli: prova a scattarle una foto, ma lei va via troppo presto.
Deciso a rincontrarla, scopre per caso che lavora alla MGM, la va a trovare e disposto a diventare un operatore del cinegiornale vende la fotocamera per una cinepresa. Sceglie la più economica e anche la più antica.
Nonostante non riesca a portare in redazione una ripresa decente, la ragazza accetterà il suo timido invito. Accade che Luke faccia una singolare amicizia: comprerà una scimmietta e questa diverrà il suo assistente principale. Quando lui salverà la ragazza da una morte certa, la scimmietta filmerà la scena e l’amore e il lavoro di Luke finalmente avranno luogo.
 
 
 
 
 
 
 
L’incontro con la ragazza è una delle vette più alte per raffinatezza e poesia.
Nel caos della folla, Keaton è impotente, la ragazza gli viene imposta: lo vediamo socchiudere gli occhi e respirare il suo profumo, con un realismo sconcertante e delicatezza infinita. Ha un’aria sognante, non vuole toccarla per non disfarne la bellezza, per rispetto verso la sacralità di lei. Una lezione di recitazione altissima, fatta di piccoli movimenti, di misurata espressività. Non c’è bisogno di amplificare la pantomima, come nei comici muti più grezzi: il solo abbassare le palpebre è già una dichiarazione d’amore. 
Il film riassume tutta la carriera artistica di Keaton. La sua passione per lo spettacolo, Luke Shannon è un fotografo, l’approccio al cinema e il contatto con la macchina da presa, la collaborazione con un secondo - certo paragonare la buffa scimmietta a Fatty Arbuckle* è forse eccessivo - la difficoltà ad affermarsi - nel film come cineoperatore, nella vita come autore - e infine il raggiungimento dell’affermazione che avviene grazie all’intervento di altri - ecco che la scimmietta è sostituita dalla nuova critica cinematografica. Se per Shannon il tutto avviene in poco più di un’ora, per Keaton il tempo si estende a tutta la vita.  
La MGM costrinse per la prima volta Keaton ad usare una sceneggiatura, nei precedenti la tecnica si limitava ad abbozzare l’inizio della trama e un finale e poi si improvvisava via via - ma Keaton non era solo, decideva ogni gag con una selezionata troupe di affiatati colleghi.
Anche le scene di spericolato talento saranno le ultime che gli sarà permesso inserire - presto fu costretto ad essere sostituito da una controfigura, la più grande umiliazione per il regista.
Il contenuto di ogni sequenza è quasi sempre squisitamente paradossale ed estremo: l’appuntamento pomeridiano della ragazza che lo trova pronto per uscire con insofferente attesa sin dalle prime luci dell’alba, l’attraversamento dell’intera città di corsa, le riprese nel ghetto cinese, lo spogliatoio condiviso con un tale bruto e prepotente.
Keaton soffre per inserirsi nella società e riuscire a farne parte. Mosso come sempre dall’affetto di una donna, dapprima s’impelaga in un numero sconfinato di pericoli per poi dimostrarsi un eroe: un eroe che però non viene riconosciuto come tale e soprattutto il suo eroismo non è finalizzato all’inserimento nella suddetta società; il suo atto di coraggio è sempre sincero: quando la scimmietta riprende il salvataggio col quale rischia la propria vita per un’altra egli non ne è cosciente. È un gesto di pura umanità che rende giustizia alla sua figura lunare, la casualità è però dalla sua parte ed è grazie al Fato che il suo comportamento eroico verrà alla luce, la donna vista come Speranza e dea della salvezza verrà ad annunciare la buona novella, Luke Shannon è riconosciuto eroe e genio del cinematografo mentre con estrema umiltà aveva abbandonato ogni speranza ad un futuro ingrato.
 
 
 
 
 
 
 
 
Che Keaton sia un alieno più sensibile degli umani è ben visibile nel suo tentativo di conformarsi alle leggi istituite, che non riesce a rispettare perché egli è già troppo avanti. È un futurista in questo senso, nella sua quotidiana attività, spesa in ogni campo, non tiene mai il passo perché è troppo maturo. Può permettersi di giocare un’intera partita di baseball nel campo degli Yankee da solo indossando uno per uno tutti i ruoli. Non ha bisogno di filmare un incendio perché, casualmente, è capace di ottenere effetti visivi alla Vertov**. La sua timidezza con la ragazza è grinta e volontà al solo pensiero di lei, l’impaccio con il nuovo mezzo è presto sapiente tecnica e invidiabile senso di un obbiettivo da raggiungere. 
Buster Keaton infonde tenerezza ad ogni sguardo, non si può non tifare per lui. Le cadute inumane di Keaton non fanno male, un tempo provocavano il riso, oggi non possono che suscitare un’ammirazione illimitata per il talento atletico, un’invidia affettuosa per l’inverosimile perfezione. Il romanticismo di Chaplin è tragico, in Keaton è paradossalmente lirico e idilliaco. Instabile, anche. Non si ha mai la certezza che le sue donne gli rimangano fedeli sino alla morte, tranne quando egli stesso ci mostra, con un gusto gotico notevolmente ambiguo, le lapidi dei due sposini.
Il suo impegno, il suo eroismo romantico lo incoroneranno come il più stralunato degli esseri umani. Ma sarà un titolo ingiusto. Perché Keaton viene da un altro mondo. Buster Keaton viene dalla Luna.  
 
Regia: Edward Sedgwick, Buster Keaton. Soggetto: Clyde Bruckman, Lew Lipton. Fotografia: Elgin Lessley, Reggie Lanning. Interpreti principali: Buster Keaton, Marceline Day, Harold Goodwin, Sidney Bracy, Harry Gribbon. Costumi: David Cox Montaggio: Hugh Wynn
Produzione: Buster Keaton/ MGM. Origine: Usa, 1928, bn.  Durata: 78 minuti.  Titolo originale:“The Cameraman”. Altro Titolo Italiano: “Io e la scimmia”
 
Luca Martello, agosto 2004
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* Roscoe Arbuckle (1881-1933) in arte Fatty (grassone) è stato il maestro di Keaton. La loro coproduzione durò sino al 1920. Nel 1921 Fatty fu investito da uno scandalo che lo vedeva partecipe ad un party osé e responsabile della morte di una soubrette (probabilmente prostituta): fu arrestato e processato. Uscì innocente - Keaton non smise di ripeterlo - ma la stampa ormai lo aveva reso nemico del pubblico: la sua carriera finì appena ottenne la libertà. Uno dei responsabili della cattiva propaganda fu Hearst, il magnate del giornalismo preso di mira da Orson Welles per il suo Quarto potere.
 
** Dziga Vertov (1896-1954), regista sovietico. Autore, fra gli altri, de L’uomo con la macchina da presa, 1929.
ISBN/EAN: 
000

Commenti

"Una lezione di recitazione altissima, fatta di piccoli movimenti, di misurata espressività. Non câ??è bisogno di amplificare la pantomima, come nei comici muti più grezzi: il solo abbassare le palpebre è già una dichiarazione dâ??amore" > grazie per questa splendida descrizione. Molto lirica e molto sensibile.

"Non ha bisogno di filmare un incendio perché, casualmente, è capace di ottenere effetti visivi alla Vertov" - parlami di Vertov, per favore. Tabula rasa. Che effetti erano?

Sperimentazione visiva. Sovrapposizioni in totale libertà lirica, in questo caso immagini navali e urbane sovraimpresse. Vertov è uno dei registi russi - antagonista di Eisenstein - del cinema sovietico di regime, ne "L'uomo con la macchina da presa" ha realizzato un'ora e mezza di sole immagini, una vera e propria sinfonia, ottenendo sterminate soluzioni di montaggio ora frenetico ora lieve, sul tema metalinguistico del mezzo: la macchina da presa, appunto. Keaton nel film anziché girare in avanti la manovella per riprendere, casualmente la gira un po' avanti e indietro, quindi registra nuove immagini sulla pellicola già utilizzata... Ed ecco che gaiamente e velatamente Keaton cita i suoi contemporanei sperimentali facendo cinema classico. Scemo, no?

Ancora, dai.

Uff...

Bello, bellissimo.
Una delle poche cose belle che ricordo del mio corso di cinema all'università.

"Buster Keaton viene dalla Luna."

su Fatty Arbuckle è uscito un libro scritto da Jerry Stahl, Io Ciccione. lo sto rileggendo proprio in questi giorni.

Sì, ne ho letto su Filmtv e ho già deciso di comprarlo. Ne vale la pena?

Allora, io non ne sapevo molto di lui e nemmeno dello scrittore. Sono rimasto affascinato più dallo stile utilizzato da Stahl per ricreare il personaggio/uomo. ma sono di parte perché è un sogno che vorrei avverare pure con due o tre progetti che ho in mente. ora mi sto proprio ri-dedicando al libro per districare il groviglio fra narrazione-verità -film. e comunque, almeno una lettura lo vale. non è un capolavoro. ma io amo così tanto il film muto, in bianco e nero, che non lo so, mi son lasciato trascinare.

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