“Hollywood o morte” (Hollywood or Bust, 1957) segna la fine della coppia Martin & Lewis. Dean continua il suo ruolo d’attore canterino e Jerry si diletta in programmi televisivi sperimentando al cinema sceneggiatura, produzione, regia. Il suo primo film da regista è “Il ragazzo tuttofare”, concepito come opera di secondo piano sostitutiva al progetto a cui Lewis teneva molto di più: “Il cenerentolo” (Cinderfella, 1960), diretto dal fedele Frank Tashlin. Lewis sostenne che Cinderfella fosse sprecato per le proiezioni estive e preferì riservarlo per quelle natalizie, così, a dimostrazione di un pedante stacanovismo che l’avrebbe presto portato all’esaurimento, decise di girare in poco tempo un film di successo col minimo dispendio. The Bellboy è il suo primo film al 100%, scritto, diretto, prodotto e interpretato: andando direttamente al succo della propria vis, Lewis, depenna trama, intrecci amorosi, sentimentalismo. Realizza un lungometraggio di sketch che non variano per ambientazione e protagonista: avventure semicomiche di Stanley, fattorino taciturno d’un prestigioso albergo di Miami.
Il personaggio dei film di Lewis è di chiara matrice yiddish: lo Schlemiel è infatti il tale sfortunato, incapace, inetto. Stanley non è capace di fare assolutamente nulla, né sollevare una valigia né rispondere al telefono. Eccessivamente maldestro al limite della nevrosi, l’irresistibile dote di mimo è esasperata sino al limite della sopportazione. Orson Welles disse di lui: “Quando va troppo in là, un dono celeste; è solo quando non va troppo in là che è insopportabile”.
Frammentato in brevi episodi è paragonabile – come la voce off annuncia all’inizio – ad un diario, al diario di Stanley. Nella versione italiana il nome viene trasformato in Stanlio. Il mistero è presto svelato: The Bellboy è dedicato a Stan Laurel; oltre all’omonimia col protagonista vediamo circolare per i corridoi dell’albergo un tale identico d’aspetto e nelle movenze al suddetto comico: un omaggio ma anche una trovata che sarà spunto per altre gags. Lo scambio, anzi lo sdoppiamento e la mimesi, sono frequenti nel film, all’arrivo di Jerry Lewis nell’albergo c’è chi impazzirà per la somiglianza col fattorino e, per accumulo, all’arrivo di Milton Berle – star televisiva dell’epoca – spunterà fuori un sosia anche di quest’ultimo.
L’arrivo di Jerry Lewis in hotel è spettacolare. La parodia della celebrità è a dir poco amplificata: la limousine parcheggiata apre la portiera e prima che esca “il divo” centinaia di persone scendono giù prima di lui, l’attore Lewis è circondato da decine di persone pagate per occuparsi della sua persona – un tale gli spazzola la giacca di continuo sino a farlo urlare di rabbia – ma di nessuna utilità pratica. Una delle trovate migliori sta nel fatto che qualsiasi cosa Lewis dica – anche l’annuncio del decesso di una zia – debba per forza far ridere: la massa non distingue più il senso delle parole, sa che quando il comico parla si deve ridere. Non capisce il significato, ride ugualmente. Al divo è domandato come sia andato il viaggio, egli non fa in tempo a rispondere che qualcuno lo precede: “È troppo divertente!”, il complimento si fa insulto, l'ammirazione impertinenza.
La trama non c’è, a dispetto dello stile hollywoodiano, al quale però fa parte per tecnica invisibile e per metodi di ripresa. È un film destrutturato, una sorta di antenato di quelli che verranno, un decennio più avanti in Italia, definiti “film barzelletta”, squallore allo stato puro, mero tentativo di sommare risatine per raggiungere i minuti d’un lungometraggio. Nel film di Lewis le gags hanno un gusto squisitamente irreale, sono fulminee e tentano di non appesantire dandosi il cambio con accordi rapidi e snelli, è ovvio che alcune non reggono il passaggio con gli anni, ma certune sono splendide ed immortali.
Lo sketch che più rappresenta la comicità di Jerry Lewis è quello in cui Stanley si trova a confrontarsi con un ascensore particolarmente lento sotto gli occhi del capo. Ora: la situazione in sè è normale, ma il comico trasforma una semplice attesa in pura angoscia da complessato che, fissato da occhi particolarmente indagatori, si sente premere e comprimere, si contorce, è in preda a scatti d’ansia, esplode in innumerevoli tic che non possono non renderlo irresistibile. Stanley preme il pulsante, ma l’ascensore non si apre. Preme ancora, il direttore lo guarda spazientito, ma le porte ancora non si spalancano e Stanley è sempre lì che perde tempo, benché non ne abbia la minima colpa. Lewis si agita, dà sfogo alla faccia di gomma traducendola in smorfie di incomprensione e di disagio ed è qui che sfodera quell’eccedere di cui parlava Welles, va troppo in là: le movenze impazzite che pulsano nevrosi allo stadio più avanzato piombano a terra quando finalmente l’ascensore si apre e Stanley può tornare a lavoro. È un’inquadratura magica e allo stesso tempo impensabile. A chi verrebbe in mente di scrivere una gag del genere?
La magia del film è racchiusa in una miriadi di scenette di questo tipo, alcune più reali – Stanley dog-sitter imbranato – altre del tutto nonsense – lui che accende il Sole con un interruttore.
“Il ragazzo tuttofare” è un film curioso, antinarrativo e senza logica se non quella di divertire, come solo la Hollywood di un tempo sapeva fare. La maggior parte dei grandi comici newyorkesi sono di origine ebraica. Allen e Lewis ne fanno parte, naturalmente, e sono grandi.
Si può infine affermare, senza indugio, che Jerry Lewis è il più grande comico vivente.
Regia: Jerry Lewis.Soggetto e Sceneggiatura: Jerry LewisFotografia: Haskell BoggsInterpreti principali: Jerry Lewis, Milton Berle, Bob Clayton, Bill Richmond, Eddie Barton, Alex Jerry.Montaggio: Stanley E. Johnson.Musica: Walter Scharf.Origine: Usa, 1960, bn. Durata: 73 minuti. Produzione: Jerry Lewis / Paramount Pictures
Titolo originale: “The bellboy”.JERRY LEWIS in LANKELOT
Lewis Jerry - Il ragazzo tuttofare - epicentro
Lewis Jerry - Jerry 8 e ¾ - epicentro
Luca Martello
Commenti
Lo Schlemiel è Travet, Villaggio, icona proto-sveviana o tratto distintivo di una cultura? Il Novecento è la parodia del culto dell'immagine, quando la satira è libera e indipendente. Se mi domando per quale ragione non riesco a rispondermi in modo esauriente. Perché la risposta sembra troppo logica.
Questo era davvero un grandissimo pezzo, Hammer.
Grandissimo è Jerry Lewis. Spero che viva almeno altri cento anni.
La scena dell'ascensore.
http://uk.youtube.com/watch?v=vcnNjcICVTk
Aggiungo, al prossimo Acadey Awards gli sarà conferito un Oscar umanitario.
http://www.rainews24.it/Notizia.asp?NewsId=89342
Tue sensazioni in proposito?
Ti sembra un riconoscimento opportuno, o sbagliato perché eccessivamente tardivo?
OT ma non troppo. www.castelvecchieditore.com/catalog/title/?cmd=ext&title_id=564&subclass= per ricco campionario di aneddoti sul Rat Pack. Si parla anche di Lewis. Il libro è uscito qualche mese fa ma non ha venduto come si pensava. Forse è giusto, considerando che sembra un maxiarticolo di periodico da 200 pagine.
Se lo trovi in biblioteca, sfoglialo...
"Se lo trovi in biblioteca"
è una battuta, vero? Ti ricordo che vivo nel Sahara.
Sul premio a Lewis... meglio di niente, ecco. Noi a Venezia gli abbiamo dato il Leone d'oro alla carriera come minimo quindici anni fa. Ma vedrai che, una volta morto, negli States grideranno al genio incompreso.
(certo, premiare un genio del cinema per la sua beneficenza in tv è davvero un atto americanoide).
7. Ma c'è il sistema di prestito interbibliotecario, Ilde ce ne ha parlato più volte, e quindi non c'è Saha(ssa)ra che tenga, dai;)
*
8, sì. Ma è qualcosa, intanto. Ci sono altri suoi film che dovremmo vedere? Quali ci suggerisci, e perché?
Lieto di rispondere che sì, c'è una splendida cosa chiamata prestito interbibliotecario. Peccato che qui non esista. Quando sono andato alla biblioteca comunale, la risposta è stata “prestito interbibliotecario??? No, qui non ne facciamo”.
Che bello.