McLeod Norman Z.

Monkey Business

Autore: 
McLeod Norman Z.
 
Monkey Business è il quarto film per la Paramount e uno dei migliori in assoluto. Per chi fosse interessato è sconsigliata vivamente la versione italiana estremamente noiosa e insapore, seppur con una traduzione di dialoghi apparentemente fedele. Da non confondere con Magnifico scherzo (Monkey business, 1952) di Howard Hawks con la Monroe e Cary Grant: spesso in televisione scambiano un film per l’altro.
 
Sceneggiatura stesa in cinque mesi da S. J. Perelman e Will B. Johnstone con altri gag-men, creò comunque contrasti col cast, specie con i Marx che non andavano particolarmente d’accordo col primo autore.
La trama per una volta concede una parte importante a Zeppo, il quale fa da filo conduttore sino al finale che lo vede protagonista. Certo, l’umorismo non è la caratteristica primaria del suo ruolo, ma il suo preoccuparsi per le vicende viene ampiamente sdrammatizzato dal comportamento disincantato degli altri tre fratelli.
 
Diviso in tre parti.
Nella prima ambientazione ecco i Marx che come formiche impazzite scappano in lungo e in largo per i piani, i corridoi, le stanze e i ponti del transatlantico. La trama comincia a formarsi con la divisione in squadre: Groucho e Zeppo da una parte, Harpo e Chico dall’altra.
  
Nella seconda li ritroviamo nella festa del gangster buono, Jon Helton: si scatenano tra gli invitati, Groucho offende chiunque e si esprime in un singolare corteggiamento al chiaro di luna, Harpo in bicicletta insegue le ragazze per i giardini, Chico viene ripetutamente sbattuto fuori.
   
La terza parte avviene nel granaio, dove è nascosta la ragazza rapita. Groucho e Chico arrivano in taxi, senza un soldo in tasca, e riusciti ad entrare nel fienile si adagiano per un picnic; Harpo scambia una vacca per un distributore di latte; la situazione cambia con l’arrivo di Zeppo che quasi senza l’aiuto di nessuno libera la ragazza dai malviventi.
 
 
 
Il ritmo è incredibilmente trascinante, il numero di gags inverosimile, ogni fratello ha un suo film a parte: sono quattro misantropi che vagano alla ricerca di qualcosa da fare. Non si sa perché siano su quella nave, e non è indispensabile saperlo. Groucho ha la spocchia di lamentarsi con tutti: dice al comandante “Voglio protestare. Sa chi è venuto ieri alle tre di notte nella mia cabina?”, “No, chi?”, “Nessuno: per questo protesto”; Chico e Harpo si spacciano per barbieri, non sapendo nulla dei loro fittizi mestieri: l’unico cliente, non a caso il Comandante, va per farsi spuntare i baffi: lo radono del tutto. Approfittando del fatto che nessuno “ha visto in faccia i clandestini” i Marx stanno dappertutto, incensurati. Lo spettatore non può non immedesimarsi nella libertà dei loro movimenti: come in un sogno realistico, un luogo dove l’anomalo non è punibile, si può fare ciò che non si deve e in definitiva non si corre alcun rischio tangibile. Zeppo è l’unico personaggio coi piedi per terra: deve difendere la ragazza che ama. Gli altri tre non hanno nessun dovere; Chico e Harpo sono due bambini che giocano a fare i mestieri dei grandi, Groucho gioca al dottore con una ragazza frigida e distaccata. La divisione speculare dei ruoli (due gangster con due bodyguards e una figlia ciascuno), stona con la divisione a tre del film. La ricerca di perfezione del cinema classico e la maniacale ricerca di innumerevoli gag contrasta con la psicologia di tre personaggi che sono indice di noncuranza, di evasione, di eccentricità pura. Il contrasto mare/terra ferma, criminale buono/cattivo, corteggiamento pseudo romantico di Groucho/inseguimenti animaleschi di Harpo rapporta lo stile del film che si basa sul fatto che ai Marx tutto è permesso, mentre gli altri soggetti no: se Groucho insulta una donna, questa si offende; se Harpo viene sorpreso mentre fruga in una tasca e viene rimproverato severamente il suo volto rivela sorpresa solare, non avvilimento.
 
 
 
 
 
 
 
I fratelli Marx sono inscatolati in un enorme dedalo lussuoso, con ogni comfort: hanno il compito è uscirne. Ci riescono, ma non prima di aver saccheggiato, palpato, fatto razzie di tutto il possibile; dopo aver insultato, giocato i ruoli degli stessi nemici, gabbandoli, possono togliere il disturbo. E anche risolvendo la corsa del topo all’interno dell’enorme nave, il modo con cui si danno alla libertà non è poi tanto irreprensibile: pare quasi che il metodo del politicamente scorretto sia attuabile solo in una forma: manifesta. Forse per i fratelli celare l’inganno è qualcosa di estremamente volgare, preferiscono far capire che stanno imbrogliando, con una sorta di autolesionismo, vogliono essere puniti per ciò che fanno quindi non solo attuano il piano alla luce del sole, ma addirittura lo annunciano prima.
La festa sembra una sintesi della sequenza in nave. Invitati non bene accetti, distruggono e frugano tra la folla, qualcosa di cui impossessarsi, che siano donne o strumenti musicali. Nell’epilogo al fienile partecipano per riflesso: Groucho anziché combattere sale su una trave nel soffitto e recita una logorroica telecronaca, Harpo si finge Napoleone seduto al contrario su un asino e Chico segna gli svenimenti come fosse un gioco d’azzardo.
 
 
 
I Fratelli Marx non fanno parte del film. Si ha l’impressione che siano come dei virus.
Un essere superiore annoiato da un noir banale decide di sconvolgerne il rimo, peraltro carente. Ecco allora che riavvolge la cassetta e prova a riguardare la storia coi tre nuovi elementi che ha appena inserito: vediamo che succede. Accade che i tre entrano in ogni covo per distruggere, divertendosi; le sequenze cambiano visibilmente, le ambientazioni rimangono tali, ma gli avvenimenti prendono un’altra piega. Così non sono i Marx che producono il senso, non sia mai!, ma son tutti i personaggi di contorno che tentato il possibile poiché si arrivi all’epilogo con la stessa storia del prologo. Cercano di non far crollare il tutto, ed ecco che i boss giungono ad uno scontro che si risolve col rapimento: i tre che sono coinvolti loro malgrado nelle vicende non fanno niente perché tutto si risolva in un happy end. Zeppo non è un Marx in questo senso. Sta a metà tra i suoi fratelli e i personaggi del film, stando più vicino a questi ultimi. Non merita aiuto quindi. Dall’inizio alla fine i tre hanno un solo compito, quello cioè di occupare il tempo evitando di annoiarsi. Lo spettatore è con loro, ha scelto il film per occupare un’oretta della sua vita, non intende annoiarsi e gli si concede: gli offre il compito di fare ciò che a lui non è permesso.
Nel film 47 Morto che parla Totò crede di essere un fantasma e si aggira in una sala da ballo eliminando tutti i freni inibitori: ciò che vorrebbe fare lo spettatore, seduto lì al buio, senza essere visto. Cose che può solo desiderare. Così come Totò comincia a tastare una donna che balla, che non può lamentarsi, e va in estasi perché supera la soglia del proibito, così i Marx saltellano da un genere cinematografico all’altro indisturbati per sollazzare chi sogna di poter essere come loro, al loro posto.
 
 
 
 
La battuta finale (foto sopra), affidata saggiamente a Groucho, suggerisce l’estraniamento verso ciò che accade: la ragazza rapita è tratta in salvo, gli amori si consolidano, il padre ritrova la figlia; in pratica ciò che si doveva dire è stato detto. Sorrisi, felicità, soddisfazione. In secondo piano però si scorge Groucho che, completamente indifferente all’idillio che va consumandosi si affanna con un forcone a scavare in mezzo al fieno. Qualcuno gli chiede “Ma cosa sta facendo?” lui risponde stizzito per l’interruzione, come se la conclusione della pellicola non lo riguardasse: “Cerco l’ago nel pagliaio”.

Regia: Norman Z. McLeod.
Soggetto e sceneggiatura: S. J. Perelman, Will B. Johnstone.
Fotografia: Arthur L. Todd.
Interpreti principali: Groucho Marx, Chico Marx, Harpo Marx, Zeppo Marx, Thelma Todd, Ruth Hall.
Musica originale: Pierre Norman, Ralph Rainger, Leo Robin, John Leipold.  
Produzione: Paramount Pictures
Origine: USA, 1931, bn
Durata: 77 minuti.
Titolo italiano:  “Quattro folli in alto mare”.
 
 
Fratelli Marx su Lankelot:
 
 
Libri 
 
 
 
ISBN/EAN: 
000

Commenti

"in pratica ciò che si doveva dire è stato detto. Sorrisi, felicità, soddisfazione" - e questa, in altre parole, è la mia reazione al termine della lettura del tuo pezzo su Monkey Biz. Non cercherò nessun ago in un pagliaio come questo. Questa pellicola - la tua scrittura, dico, e la tua passione per il cinema, in generale: da regista e da attore - non mi stanca mai. Piuttosto, volta per volta mi scuote (da: torpore. Torpore che: dipende da:)

Il sito da visitare è e rimane: http://utenti.lycos.it/pontelo/ - tutto sui fratelli Marx.
A cura di Luca.

Esagerato! C'è anche su il link... :)

E poi c'era quell'altro coi baffetti, che giocava a palla e cantava canzoni con parole inventate... "Pantera rosa", oppure si chiamava "Martufello", adesso non ricordo (si vede non è d'importanza vitale il suo lavoro)

"mentre in "Animal Crackers" ogni personaggio perdeva la faccia sin dall'inizio, [in "Monkey Business"] per tre quarti di film assistiamo a lazzi di clown che si divertono e fanno stramberie, alcune del resto molto azzeccate; soltanto alla fine le cose precipitano: gli oggetti, gli animali, i suoni, il signore coi domestici, il padrone di casa con gli ospiti - tutto si esaspera, si dibatte, si rivolta, fra i commenti insieme estatici e ludici di uno dei fratelli Marx, esaltato dallo spirito che ha finalmente potuto scatenare e di cui sembra costituire lo stupefatto e fuggevole contrappunto. Non c'è nulla di più allucinante e insieme più terribile di questa specie di caccia all'uomo, di questa lotta tra rivali, quest'inseguimento nell'oscurità di una stalla, di un granaio dove da ogni parte pendono tele di ragno, mentre uomini donne e animali snodano il loro girotondo e si ritrovano fra un cumulo di oggetti d'ogni genere il cui movimento e il cui suono verranno utilizzati ciascuno al momento opportuno."

Antonin Artaud, "Il teatro e il suo doppio"

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