Il volatore di aquiloni è un film introvabile. Non è solo un documentario su Milano a firma Renato Pozzetto ma è uno dei film italiani più surreali che stiano mai stati fatti – forse il più surreale. Solo Il parolaio (1978) con Benigni condivide la follia genuina che Pozzetto è riuscito, con un candore ineguagliabile, a realizzare in questo mediometraggio. Il film non uscì al cinema ma direttamente in cassetta: non l’avrebbero capito. Perché Renato Pozzetto ha dimostrato di essere il più assurdo dei comici italiani, rovinato da film che ne hanno snaturato l’umorismo per renderlo più vendibile agli italiani petomani. Si pensi a filmacci come Piedipiatti, Culo e camicia, Le comiche o altre vergogne a firma di Pasquale Festa Campanile o Castellano & Pipolo. Talvolta anche lì, però, Pozzetto riesce a far ridere, perché è comico nel corpo e nella voce, nonostante le sceneggiature vanziniane. Il marchio di Pozzetto invece va indagato in titoli minori o negli esordi in tv: basta dire Cochi e Renato che spunta un sorriso nostalgico per quei due bambini che cantavano nonsense mentre Vitali spopolava al cinema. Ma il vero Pozzetto, quello che rimarrà nella storia, è il Marco di quel piccolo gioiello di Franco Amurri, Da grande del 1987. Ecco, lì non ce n’è per nessuno. Una generazione intera è cresciuta con quel film per scoprire da adolescente, da adulta, che Da grande è un piccolo capolavoro.
Il volatore di aquiloni: già il titolo fa ridere. Chi si aspetta le parolacce, il gesto dell’ombrello, i peti o le palpate è fuori strada. Il film non è solo diretto, ma è scritto da Pozzetto. Come a dire che entriamo nel suo regno e possiamo solo guardare ed ascoltare. Le musiche, nemmeno a dirlo, sono di Enzo Jannacci. Ebbene, è impossibile far comprendere fino in fondo cosa sia questo film senza raccontare, per filo e per segno, la trama. Solo il finale verrà risparmiato, benché non abbia niente di interessante. Chi vuole può saltare il paragrafo.
Renato Pozzetto esce dal sipario e spiega: deve fare un film su Milano. Alcuni enti della città sponsorizzano il film, dunque appariranno prevedibilmente durante la trama. Poi, dice, le musiche sono di Jannacci che, continua, sta dormendo. Pozzetto sparisce perché “Jannacci sta dormendo”. In realtà Jannacci non appare affatto. Al contrario vediamo proprio Pozzetto nel suo letto, che parla nel sonno. Alle sue spalle un mobile. La tapparella si alza fuori campo e la luce sveglia Renato. Entra la mamma, gli dice che c’è bel tempo. Pozzetto va alla finestra e guarda il panorama: alberi e montagne. Cambia inquadratura: l’appartamento di Pozzetto non ha pareti, il mobilio e le porte sono situati in mezzo ad un bosco. Al centro, dei deltaplani in attesa. Basta un inizio del genere per prenderci a schiaffi. Ma Pozzetto deve andare, che i genitori lo vogliano o no. Il padre, offeso, salta sul suo deltaplano e sparisce all’orizzonte fra le montagne. Pozzetto non desiste: vuole vedere il mare, dice. La madre cerca di fermarlo, “è pericoloso”. “Senti mamma me lo prestesteresti il tuo deltaplano?” chiede lui, “Se proprio devi fare questo viaggio… usa il tuo” risponde lei, offesa. Pozzetto parte e vola via fra i monti, mentre la madre lo saluta triste dicendogli “Attento agli elicotteri”. Una precauzione, soprattutto, gli ripete: “Non andare a Milano”.
Mentre sorvola Milano per andare al mare (!) Pozzetto ha la tosse e cade, planando sul campo dello stadio di San Siro. Viene soccorso da un arbitro che, scorto Pozzetto riverso sul campo, senza motivo corre da un altro arbitro per un bacio passionale. Quando il “volatore” si rialza è costretto a parare i rigori di Rummenigge, improvvisamente materializzatosi mentre lo stadio vuoto esplode in boati. Pozzetto, dicono gli arbitri, è troppo bravo a parare. Così viene accompagnato in uno stanzino dove i due indossano dei camici e gli dicono di urinare per l’anti-doping. Per urinare, aggiungono, dev’essere nudo. Messosi i piedi sulle spalle, passando dietro la schiena, l’uomo urina riempiendo una bottiglia intera. Qualche scena più tardi vediamo Pozzetto in giro per Milano. Attraversando una strada viene investito da Massimo Boldi che caccia via la folla accalcatasi perché deve fare un “processo a porte chiuse”. Inizia a farneticare sdraiandosi sul cofano della macchina. All’interno dell’auto un passeggero impaziente – e facoltoso – ospita l’ancora integro Pozzetto a bordo e lo accompagna in banca. Qui il nostro eroe ottiene un prestito di due milioni da un antenato del gestore che salta giù da un quadro antico. L’uomo del quadro poi accoglie nella sua carrozza Pozzetto e si offre di accompagnarlo alla Rinascente. Salutata la carrozza in mezzo ad auto e tram, ascolta per caso i discorsi dei manichini nel reparto vestiti; uno di questi comincia a parlare di un tenore e, di colpo, Pozzetto prende le sembianze del cantante: baffi finti, smoking e occhiali. Convinto di essere un tenore decide di andare alla Scala. Finisce nella metropolitana ancora in costruzione e viene scortato in teatro.
Alla Scala non c’è nessuno. Spunta un uomo. “L’orchestra dov’è?” chiede Pozzetto. “L’orchestra sono io” risponde il tale. “E gli altri?”, “Gli altri hanno accompagnato il bambino dal dentista”.
A questo punto lo spettatore ferma il film e si chiede perché un tale campionario dell’assurdo non venga né citato né riprodotto in dvd. Riprendiamo la storia, rammentando che questo film è un documentario su Milano.
Pozzetto è alla Scala senza pubblico e canta “Il ballo del mattone” quando ad un tratto un uovo lo colpisce sul colletto. “Chi è stato?” chiede al tale che, per tutto il tempo, era vicino a lui accompagnandolo col violino. Essendo i due uno a fianco all’altro, e l’uovo era giunto frontalmente, pare ovvia l’innocenza del violinista. Ma Pozzetto non ha bisogno di leggi fisiche: mette una mano in tasca all’uomo e toglie fuori un uovo. “Perché mi hai tirato un uovo?” domanda. “Perché lei fa schifo!” è l’irragionevole risposta. Ritrasformatosi nel personaggio originario, l’ex tenore abbandona il teatro e torna per le strade della città. Qui incontra due bambini che pescano in un fiume prosciugato, gli offrono whiskey e una macchina fotografica giocattolo. Si farà sparare da un cannone per tornare a casa.
Una sana iniezione di follia. I primi quindici minuti sono frenetici, purtroppo la storia rallenta un po’ e le invenzioni bizzarre diminuiscono. Non importa, ci basta. Questo “documentario” parla di Milano, la saluta in modo superficiale, veloce, distratto. Perché l’opportunità di Pozzetto di sfogarsi una volta per tutte, di dare via libera alle idee, alle stranezze che da sempre lo hanno contraddistinto è troppo forte. Milano c’è, ci sono i monumenti, la povertà, l’inquinamento ma è poco meno di uno sfondo per la comicità di un matto. Non manca una scena delicata, in cui l’attore vede dei bambini giocare con un aquilone, si accosta a loro e, dopo una corsa, glielo ruba. Perché Pozzetto rimane un bambino, anche adesso che ha quasi settantanni. E per evitare lo sbaglio che tutti fanno, nel rivalutare un comico morto, che facciamo appello all’intelligenza. Stiamoci attenti che malgrado le vanzinate, Renato Pozzetto rimane un grande.
Regia: Renato Pozzetto
Soggetto e sceneggiatura: Renato Pozzetto
Fotografia: Agostino Castiglioni
Montaggio: Osvaldo Bargero
Interpreti principali: Renato Pozzetto, Felice Andreasi, Karl-Heinz Rummenigge, Massimo Boldi, Piero Mazzarella
Musica: Enzo Jannacci
Origine: Italia, 1987
Durata: 63 minuti.
Luca Martello, 8 luglio 2009.
Commenti
Questo film è stato un piacevole shock. Grande Pozzetto.
Trovato il frammento alla Scala!
http://www.youtube.com/watch?v=NN6TTZGUIag
tra tre ore volo a leggerti, grand'hammer
"Milano c?è, ci sono i monumenti, la povertà, l?inquinamento ma è poco meno di uno sfondo per la comicità di un matto. Non manca una scena delicata, in cui l?attore vede dei bambini giocare con un aquilone, si accosta a loro e, dopo una corsa, glielo ruba. Perché Pozzetto rimane un bambino, anche adesso che ha quasi settantanni".
Come sai, Epic, la comicità milanese mi è davvero estranea. Pozzetto è una rara eccezione, apprezzata soprattutto nell'adolescenza: credo di aver visto tutti i film da lui interpretati, stupidi e meno stupidi (annche gli inguardabili "Mollo tutto" e "Anche i commercialisti hanno un'anima"). Ovviamente non ho visto questo mediometraggio di cui ci parli, che tra l'altro m'era del tutto ignoto. Come ben noti - e lo avrei scritto anch'io, se fosse stato oggettio d'analisi tra i comici degli Ottanta - Pozzetto ha sempre mantenuto quello spirito fanciullo ("Da grande", ma non solo, che c'hanno pure copiato gli americani), quella comicità stralunata e sovente surreale che lo ha reso una maschera molto amata dell'italica commedia. Sempre ottimo Epic, bravo a resuscitare cose che nessuno più conosce.
4. grazie Federico, in effetti io come tutti quelli della mia (forse anche tua) generazione siamo cresciuti con questi film (ho rivisto con orrore "Grandi magazzini" che da piccolo pure mi piaceva).
Qualche giorno fa ho guardato per l'ennesima volta "Da grande" e ti giuro che per alcune cose ho riso alle lacrime (sai che l'anno girato vicino Cecchignola? quartiere Giuliano Dalmata, pare un capitolo di linguistica :) ).
E comunque, Dio permettendo, ora cerco di scoprire qualche altro Pozzetto surreale e inedito :)
3, :))
"Questo ?documentario? parla di Milano, la saluta in modo superficiale, veloce, distratto. Perché l?opportunità di Pozzetto di sfogarsi una volta per tutte, di dare via libera alle idee, alle stranezze che da sempre lo hanno contraddistinto è troppo forte. Milano c?è, ci sono i monumenti, la povertà, l?inquinamento ma è poco meno di uno sfondo per la comicità di un matto. "
> Mi era del tutto sfuggito. Soprattutto per questa chicca calcistica, il cammeo del vecchio Kalle Rummenigge:) - un nome che mi restituisce vecchi ricordi d'infanzia.
"Solo Il parolaio (1978) con Benigni condivide la follia genuina che Pozzetto è riuscito, con un candore ineguagliabile, a realizzare in questo mediometraggio. Il film non uscì al cinema ma direttamente in cassetta: non l?avrebbero capito."
> Ah ecco.
Beh, proverò a recuperarlo. Lui mi ha sempre divertito. Soprattutto, se penso a Pozzetto, mi viene in mente lui che dice "e la madonna" e qualcuno che comunque sghignazza, anche se non ha detto niente di comico. E' come l'ha detto che fa ridere.
8. mi viene in mente lui che dice ?e la madonna?
Non l'avrei mai detto, ma mi sa che devo fare un appunto ortografico/ortofonico a Franchi: l'espressione di cui sopra Pozzetto la pronuncia con un "n" sola.
giusto:)