Tati Jacques

Playtime

Autore: 
Tati Jacques
Il film
 
Il film si divide in due parti, la prima è l’apoteosi dell’architettura contemporanea, uffici cubici si confondono in un alveare popolato da decine di impiegati, scale mobili che trasportano donne vestite tutte uguali, sosia di Monsieur Hulot che si confondono tra loro, pullman di turiste che si alternano tra palazzoni, vetrate, quadri austeri e grigi corridoi infiniti. La seconda parte differisce per colore e calore, è ambientata in una festa popolosa di camerieri, invitati chic, piante, poltrone e qualche ubriacone; è la versione notturna, più vivace, dell’inizio, in cui gli uomini che sembravano insetti nei canali dei negozi e fra gli uffici, ora si accalcano per sorseggiare alcolici, mostrare borsette e pellicce, confondersi nella notte. Solo Hulot è sempre lo stesso, saltella da una parte all’altra, trasportato dal fato e sempre in grado di meravigliarsi: è l’unica cosa che lo rende più umano e lo distingue dalla “catena di montaggio”.
 
 
 
ECCE JACQUES
 
Playtime è la vetta del cinema di Jacques Tati. Se Charlot è l’uomo moderno che cerca di rimanere al passo coi tempi per poterli analizzare e contestare, se Keaton è colui che si crea una propria realtà artificiale nel sogno, se i Marx sono distruttori dall’interno della società contemporanea, Monsieur Hulot è un vero e proprio nostalgico. Al passo coi tempi sì, ma non senza abbandonare lo stupore per le continue tecnologie, specchio per le allodole e per le grandi masse. Si trova davanti ad un mondo in continuo progresso, verso la più sterile omologazione, verso un benessere che in realtà non c’è. È un provinciale, Hulot, che si accontenta di un gelato preso durante una passeggiata, lontano dal traffico, dalle chiusure centralizzate, dagli uffici tutti uguali, da una società orwelliana preconfezionata. È anche per un individualismo sano. L’abbiamo visto educare il nipotino in Mon Oncle, distinguersi nelle vacanze di massa in Le vancanze di Monsieur Hulot e perdersi nel Caos del traffico in, appunto, Trafic. Pipa in bocca, impermeabile lungo a sottolinearne l’altezza fuori dal comune, un cappello borghese sul capo. Monsieur Hulot non parla, o meglio, borbotta, bofonchia, dice cose impercettibili: è un personaggio legato alla pantomima e perciò internazionale. Jacques Tati, mimo formidabile, è stato uno dei più grandi osservatori dell’animale umano. La sua straordinaria capacità circense di emulazione si esprime in una vastissima gamma di micromovimenti, quasi tic, in cui è difficile non riconoscersi (o forse: riconoscere gli altri). Il suo cinema è fatto di piccole cose, sfumature talvolta quasi sfuggevoli, vedere un suo film è come assistere alla recitazione di un mimo. Imitazione quasi maniacale del dettaglio, capacità di iperbole talmente sottile che può sembrare mera riproduzione dei gesti. La chiave per la lettura dell’arte di Jacques Tati sta forse in un suo cortometraggio dal titolo Corso di sera (Cours du soir, 1967): davanti ad allievi più che adulti (il più giovane avrà 35 anni) il maestro Tati dimostra come fingere di fumare una sigaretta senza avere niente fra le dita. Prima fa improvvisare tutti gli allievi e poi, con una nonchalance quasi proustiana, con colpo di tosse e una smorfia di disgusto in volto riproduce tutta una serie di variazioni e tipologie di fumatori, con una carica comica davvero aristocratica.
 
 
 
In questa scena Monsieur Hulot si spaventa perché vede un uomo verde
 
E questa nobiltà della sua recitazione è riversata nel suo cinema, un sofisticato marchingegno che trova le sue radici più nella letteratura che nei film del passato. La pellicola in Tati è davvero un testo polisemico, ricco di segni appunto percettibili in più visioni come per un articolato testo letterario. Raramente il cinema ha prodotto dei film con un così alto numero di idee, trucchi visivi e Tati in questo ha azzardato rischiando – e perdendo la scommessa – sulla propria pelle. Infatti proprio Playtime è costato una fortuna per sfarzo, numero di gag, set mastodontici. La durata, per esempio, è stata completamente stravolta – anche dallo stesso Tati – per venire incontro alle regole del mercato della fruizione, compromesso che non è andato a buon fine perché il film è uno dei capolavori più incompresi della storia del cinema. Il caso forse è associabile al Greed di Von Stroheim o ai Cancelli del cielo di Michael Cimino, opere in cui il perfezionismo e la maniacale creatività dei loro autori precedeva di troppo il gusto del pubblico, tanto da venirne puniti finanziariamente. Il fiasco del film di Cimino è epocale: causò la fine della casa di produzione un tempo fondata da Chaplin, la United Artists. Playtime fu catastrofico soprattutto per le tasche di un Tati troppo buono e fiducioso verso il suo pubblico, che cadde quasi in rovina. Quel pubblico, l’insieme di individualità così diverse nei suoi film, hanno decretato in maggioranza la sua fine.
 
 
 
Monsieur Hulot non è cattivo, non è rivoluzionario né un infuriato contestatore, egli rimane basito davanti a molte “novità”, ma non le critica apertamente. La sua critica sta nel mostrarcele, da buon osservatore ed ottimo mimo. Mimo non solo dei movimenti del corpo, il suo specchio di azione comprende praticamente tutto. Per questo Playtime è la summa del suo lavoro, perché c’è un cosmo intero, ricostruito, mimato, e comprende strade, palazzi ed interni, con una visuale sempre distaccata, che tende a mostrare il tutto: in questo tutto sta allo spettatore soffermarsi sul particolare. Come un capolavoro della pittura del passato, barocco o rinascimentale, con le migliaia di sfumature, la complessità del simbolismo, la messa in scena della propria capacità di rielaborare la realtà e servircela, sottintesa, come fosse quella autentica. Paolo Veronese, per fare un esempio casuale, ma anche gli affreschi vaticani di Michelangelo. Tati realizza un quadro per ogni fotogramma. Sarebbe bello poter studiarne la sceneggiatura, sarebbe stato fantastico farsi raccontare la genesi dallo stesso Tati. Ciò che rimane è, sulla carta, un lavoro monumentale, ridotto di intelligenza per venire incontro a chi non vive per il cinema e talvolta a chi non vive per l’intelligenza. La società post industriale e, nello specifico, durante il boom del capitalismo, ha comunque generato un Jacques Tati, perché c’è sempre, in ogni epoca, un osservatore più attento di altri. Montale ricordava che questa figura avrebbe dovuto isolarsi, per essere obbiettivo e non essere frainteso dalla massa. Tati non solo non si è disgregato ma ha creato per essa, consumando il suo genio a costo dello stesso.
 
 
 
Edward Hopper, Night hawks
 
La poesia di Playtime assume miriadi di forme. Nella mente dello spettatore rimane soprattutto un carosello di macchine nel finale, dove una rotatoria genera una sorta di danza fra decine e decine di autovetture, che marciano all’unisono, in tondo, fanciullescamente, come se le auto non fossero più generatrici di stress ma poltrone di un parco giochi globale, che deviano dalla quotidianità verso un abbandono dei sensi, del senso soprattutto e del dovere. Un ritorno all’infanzia che continua l’immaginario nostalgico di un vecchio d’altri tempi, che conosce la tecnologia (il cinema) ma si meraviglia del fatto che ormai, il suo pubblico, non si stupisce più di niente.
 

 
Regia: Jacques Tati
Sceneggiatura: Jacques Lagrange, Jacques Tati
Fotografia: Jean Badal, Andréas Winding
Montaggio: Gérard Pollicant
Scenografia: Eugène Roman
Interpreti principali: Jacques Tati, Barbara Denneck, Rita Maiden
Musica originale: Francis Lemarque
Produzione: Bernarde Maurice
Origine: Francia 1967.
Durata: 137 minuti.
ISBN/EAN: 
8013147480439

Commenti

Jacques Tati su Lankelot!

l'uomo delle gag di nascosto

Daje HAMMER!

Ah, quello che fa le smorfie.

"Playtime è la vetta del cinema di Jacques Tati. Se Charlot è  l'uomo moderno che cerca di rimanere al passo coi tempi per poterli analizzare e contestare, se Keaton è colui che si crea una propria realtà artificiale nel sogno, se i Marx sono distruttori dall'interno della società contemporanea, Monsieur Hulot è un vero e proprio nostalgico. Al passo coi tempi sì, ma non senza abbandonare lo stupore per le continue tecnologie, specchio per le allodole e per le grandi masse."

Ah. Questo è SCRIVERE di CINEMA. Maiuscolo.

“Il caso forse è associabile al Greed di Von Stroheim o ai Cancelli del cielo di Michael Cimino, opere in cui il perfezionismo e la maniacale creatività dei loro autori precedeva di troppo il gusto del pubblico, tanto da venirne puniti finanziariamente.”

> Sbaglio o ci mancano entrambi? ehm…

Beh, Simone so che è un esperto di von Stroheim...

6 - Greed (conosciuto da noi con il titolo Rapacità ) è di durata abnorme, ed è famoso per il suo finale con chiusura in campo lunghissimo. Chi è il temerario che si offre? ;)

I cancelli del cielo è lievemente più breve di Greed, ma è decisamente palloso. Meglio recensire altri Cimino, come L’anno del Dragone o il Cacciatore.

Il Cacciatore è bellissimo...

7. contattiamolo! ci pensi tu;)

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