Taviani Paolo e Vittorio

La notte di San Lorenzo

Autore: 
Taviani Paolo e Vittorio

Comincio domandando scusa. Nel senso che questo vecchio articolo - posso affermarlo con convinzione - non può avere valenza altra da quella "artistica" o "storico-artistica", ma non "storica" in assoluto. La questione dei morti di San Miniato (22 luglio 1944)  sembra sia radicalmente diversa rispetto all'interpretazione marxista e menzognera dei Taviani. Si tratta, in sostanza, di responsabilità americane e non tedesche. Questo inficia il senso del mio articolo, in larga parte. Vi prego quindi di leggerlo solo dopo esservi accuratamente documentati, ad esempio qui:

http://www.laltraverita.it/Menzogne/pagina_principale_32.htm su quel che la propaganda spacciò per attentato nazista. Niente di difendibile nella condotta dei nazisti, naturalmente. E lo dico in assoluto. Altrettanto deprecabile, tuttavia, la menzognera propaganda alleata: angloamericana, sovietica e comunista. Passo e chiudo. Sull'errore storico dei Taviani risponda la coscienza di ognuno di voi. Io c'ero cascato con tutte le scarpe, e la cosa mi infastidisce molto. Rileggo certi passi di questo articolo e mi incazzo, perché mi accorgo che ho scritto cose giuste per ragioni sbagliate. I responsabili hanno nome, cognome e colore politico. Come sempre.  Ribadiamolo: che l'arte possa essere realista, o anche solo pretendere di esserlo, è una menzogna ideologica. Eccone una testimonianza.

Devo questa precisazione alle lettere di un intellettuale toscano, Duccio Baldassini: mi segnalava, opportunamente, la valanga di menzogne a monte di questo film. Baldassini, ti ringrazio ancora.

GF, OTT. 2006. 

È forse un bene che la natura umana costringa la memoria ad alterare eventi, colori, sensazioni, col passare degli anni. Ci sono ricordi incancellabili, questo è vero: ma la fantasia e la memoria possono trasfigurarli, correggerli, ridefinirli, e così arginare il dolore.

“La notte di San Lorenzo” è un film sul dolore, sulla memoria e sulla tradizione. È un film sul dolore perché racconta i tragici fatti avvenuti in San Miniato nel 1944, quando la crudeltà e l’infamia nazista provocarono l’ennesimo, atroce massacro; è un film sulla memoria, perché la storia è raccontata quasi con intento favolistico da una mamma al suo bambino, e la mamma ricorda frammenti di quei giorni, e altri ne ricostruisce, perché allora non aveva che sei anni; è infine un film sulla tradizione e sulla coscienza, perché il bambino ascolta dalla mamma i racconti della Notte di San Lorenzo di tanti anni prima, iniziando a memorizzarli per eternarli. Sua madre, alla stessa maniera, aveva imparato filastrocche e canti da sua madre. Perché nulla fosse dimenticato.

 

Deve essere stata una sofferenza per i fratelli Taviani l’idea di dover rappresentare, da testimoni diretti, quel ricordo d’infanzia. Il documentarismo avrebbe prevalso forse sull’arte, inaridendo le sensazioni e soffocando l’immaginazione. Allora è stato un bene aver rinominato il paese San Martino, pur ambientando larga parte delle scene proprio nel luogo originario. Ed è stato certamente fondamentale strutturare la narrazione come un racconto, un flashback stavolta opportunissimo; intinto di fantasia e di sogno, eppure vivo e credibile quasi fosse narrato in presa diretta.

“La notte di San Lorenzo” è un progetto dalle radici lontane nel tempo. Il primo cortometraggio dei fratelli Taviani, “San Miniato,luglio ‘44”, risalente al 1954, si fondava proprio sulla stessa drammatica vicenda, avvenuta quando i due avevano rispettivamente tredici e quindici anni. Larga parte delle storie narrate nel film provengono dal vissuto e dalla memoria dei Taviani. 

 

E così è nato questo film indimenticabile. Il principio della storia, si diceva, è una notte stellata di qualche decennio successiva al 1944. Un cielo stellato e una voce di mamma che racconta una storia al suo bambino. Ed è la storia che ha segnato la sua infanzia, e cambiato la vita dei suoi compaesani.

Asserragliati, tutti, in un ripostiglio, in attesa dell’arrivo dei liberatori statunitensi e al contempo ancora minacciati dalle odiose rappresaglie naziste, i protagonisti della storia vivono giorni d’angoscia e di sgomento. Si presenta una scelta: radunarsi in chiesa, per ordine delle camicie nere e dei nazisti, sotto l’ipotetica protezione del vescovo, fidandosi, in tal caso, di un branco di volgari assassini.  Oppure, rifiutare e darsi alla macchia, per andare incontro alle forze di liberazione, così come propone e suggerisce il carismatico leader della comunità, Galvano Galvani (Omero Antonutti, affascinante feticcio dei Taviani).

Qualcuno non ha coraggio di fuggire per i campi e vivere all’addiaccio. Non è vigliaccheria, forse è soltanto stanchezza. Sono uomini estenuati da anni di aberranti prevaricazioni, e prostrati da una arrembante guerra civile. Confidano nel vescovo, si illudono che in sua presenza i nazifascisti non possano macchiarsi di nuovi delitti.  

Altri si lasciano convincere da Galvano. Se l’alternativa è consegnarsi in mano agli assassini, l’unica possibilità è fuggire.

Umanità disperata, allora, s’avventura per l’utopia: diretta a queste linee americane che nessuno può dire con certezza d’aver visto, rinuncia a tutto e ascolta l’esplosione delle proprie case, in lontananza, comprendendo con dolore la cancellazione del proprio passato.

Nella notte scompare il vecchio mondo, perché la barbarie nazista si fonda sulla cancellazione della memoria e sull’estirpazione delle radici: il microcosmo dei cittadini di San Martino avanza, silenziosamente, per le splendide campagne toscane. Tutti immersi nella desolazione e nell’angoscia, ciechi confidano nel sogno e nella speranza della liberazione. Nei giorni della fuga, si deve prestare attenzione a non incappare nelle vigliacche retate dei fascisti; in questo film uccidono donne, vecchi e bambini senza pietà. Nel nome del loro caduto duce, e della cultura di morte e odio ch’egli insegnava a partire dall'alleanza con Hitler.

 

C’è la coppia di sposi novelli, lei attende un bambino e presto dovrà partorire; ci sono amori incompiuti che attendono di incarnarsi nella realtà dopo trenta anni, e amicizie di guerra che niente e nessuno potrà separare; bambini spaventati e incuriositi, e anziani stanchi che vorrebbero tornare indietro. Giovani ragazze che sognano il primo amore, e mamme che proteggono come possono i loro piccoli.

La terra di Toscana è cornice di bellezza commovente e straordinaria; e i notturni ritratti dai fratelli Taviani sono un capolavoro pittorico, e il felice matrimonio dei versi di Novalis con quelli di Pascoli.

 

Un’esplosione in chiesa, massacro di esseri umani. Un bambino che non potrà più nascere, amori spezzati, vite distrutte. Chi è rimasto all’aperto, a vivere alla macchia, in attesa di incontrare gli americani, ha evitato la morte, ma non dimenticherà l’orrore. Chi è rimasto all’aperto continua a camminare verso l’utopia.

 

D’un tratto, in un campo di grano, la morte a falciare gli aggressori fascisti e gli innocenti in fuga: un conflitto a fuoco tra compaesani, tra antichi fratelli, che non risparmia nessuno. Atti d’eroismo e d’autentica vigliaccheria: alla luce del sole, a respirare la polvere e a osservare i movimenti tra le spighe di grano, chi per difendere le vite e testimoniare una causa, chi per massacrare e uccidere senza pietà. Sangue, e dolore; poi silenzio, rabbia, e battaglia. E c’è il momento dell’incarnazione del sogno. La bambina si trova di fronte a una camicia nera col fucile spianato: chiude gli occhi e ripete la filastrocca che le ha insegnato la madre, e ripensa agli eroi dell’Iliade che d’un tratto, evocati, appaiono, e fieri e luminosi in schiera difendono la causa di chi è giusto e non ha colpe: lanciano giavellotti e massacrano il nemico, che come un San Sebastiano si piega su se stesso e cade sul campo.

Quell’immagine è autentica storia del cinema: visionaria e onirica al contempo, è la rappresentazione più fedele della fiabesca magia di questa pellicola.

 

La favola si confonde con la realtà: il nemico viene sconfitto, l’Italia liberata. L’umanità torna sul suo sentiero di pace, vagheggiando sempre nuova utopia.

La memoria non dovrà vacillare, perché l’incubo rimanga imprigionato nel passato. Basterà guardare il cielo stellato nella notte di San Lorenzo, ogni anno, ed esprimere un desiderio. E ricordare quel che avvenne a San Miniato, perché il sangue non sia stato versato invano. 

Un capolavoro. Impossibile non amare questo film.  Perché appartiene al nostro popolo, alla nostra cultura, alla nostra storia: ed è composto della stessa materia che dà vita a ogni essere umano. Il sogno. Peccato che sia fondato su una menzogna. E sull'ideologia della menzogna, in assoluto.

Lankelot, G.F, giugno del 2003.

Regia: Paolo e Vittorio Taviani.

Soggetto e Sceneggiatura: Paolo e Vittorio Taviani, Giuliani G. De Negri, con la collaborazione di Tonino Guerra.

Direttore della fotografia: Franco Di Giacomo.

Montaggio: Roberto Perpignani.

Interpreti principali: Omero Antonutti, Margarita Lozano, Claudio Bigagli, Enrica Maria Modugno, Massimo Bonetti, Paolo Hendel, Norma Martelli, David Riondino.    

Musica originale: Nicola Piovani.  

Produzione: Giuliani G. De Negri.

Origine: Italia, 1982.

Durata: 103 minuti.

  

Ero giovane e stupido. Questo è uno scritto che confonde la verità artistica con la realtà storica.

 

In Lankelot

 

ISBN/EAN: 
99

Commenti

Ecce, Hammer.

Grazie. Ora posso morire in pace :))

Eh.

Interessante ciò che hai scovato, ma se non ho letto male ancora non c'è certezza se la colpa sia degli americani o dei tedeschi...sbaglio? Ne sai altro?

Sì, ma è materia da storici, amice, non da letterati. Quindi cedo subito il campo. Le mie informazioni sono piuttosto precise, ma naturalmente potrei aver sbagliato metodo d'indagine.

E' un po' shock, non me lo aspettavo, ho fatto diverse lezioni con perpignani su questo film e ormai lo avevo idealizzato: dolorosa recensione..

Io ricordo l'impatto enorme di quelle mail che ho ricevuto. Il concetto è chiaro: qui l'unica verità sono i morti, la mano che decise le loro sorti non è quella che s'è scritto - e girato - fosse. Amareggia molto pensare che già nel 1982, naturalmente, tante informazioni non potevano essere ignote a chi ha scritto quelle bugie. Chiamandole arte ma non sentendole arte.

Giusta e doverosa la premessa di Franco, anche in base ai riscontri che ho io il bombardamento fu di matrice americana. Detto ciò non ho amatao questo film, come non amo tutta l'opera dei fratelli Taviani. Non solo troppo ideologici (e non solo qui), ma anche artisticamente assai sopravvalutati, a mio avviso. Guardate, se avete voglia, come hanno distrutto il capolavoro di Goethe "Le afinità elettive" (film pessimo, con attori pessimi) e Pirandello (l'ultimo loro film era ispirato a novelle di Pirandello).

Molto più saggio, tornando all'argomento in questione, fu Francesco De Gregori che, quasi in contemporanea con questo film fece uscire uno dei suoi album più ispirati, "Titanic". In "Titanic" è contenuta la struggente "S.Lorenzo", il cui testo non richiama responsabilità precise in merito al bombardamento, ma descrive paesaggi e stati d'animo, con un occhio fiducioso a ciò che sarebbe stato, o potuto essere il dopo. Di seguito, il testo:

Cadevano le bombe come neve,
il diaciannove luglio a San Lorenzo.
Sconquassato il Verano, dopo il bombardamento.
Tornano a galla i morti e sono più di cento.
Cadevano le bombe a San Lorenzo
e un uomo stava a guardare la sua mano,
viste dal Vaticano sembravano scintille,
l'uomo raccoglie la sua mano e i morti sono mille.
E un giorno, credi, questa guerra finirà,
ritornerà la pace e il burro abbonderà
e andremo a pranzo la domenica,
fuori Porta, a Cinecittà, oggi pietà l'è morta,
ma un bel giorno rinascerà e poi qualcuno farà qualcosa,
magari si sposerà.
E il Papa la domenica mattina da San Pietro,
uscì tutto da solo tra la gente, e in mezzo a San Lorenzo,
spalancò le ali, sembrava proprio un angelo con gli occhiali.
E un giorno, credi, questa guerra finirà,
ritornerà la pace e il burro abbonderà
e andremo a pranzo la domenica,
fuori porta, a Cinecittà, oggi pietà l'è morta,
ma un bel giorno rinascerà e poi qualcuno farà qualcosa,
magari si sposerà.

Francesco De Gregori (S. Lorenzo - Titanic)

mmm. Leon, questo è San Lorenzo quartiere di Roma.

"È un film sul dolore perché racconta i tragici fatti avvenuti in San Miniato nel 1944".

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