“Dunque. Ma questo è il punto. Da dove? Di fronte alla radice cubica del delitto, all'uomo immobile sul marciapiede corso dal sole in fuga. Chiarità, e poi ancora luce, chiarità. Chi è stato? Chi è? Chi? Ci aiuteranno il lessico e gli integrali? La vita sotto i suoi occhi socchiusi. Finché il sangue circola caldo: solo questo (ma) volendo dimenticarlo. Volendo saperlo” (“Avvio”, p. 21).
Il letterato è un vagabondo che ruba. Un vagabondo che ruba alla natura e al signore, con ogni sguardo, un segreto dell'essenza del mondo. Il letterato è un viandante che ascolta. Un viandante che ascolta tutte le parole e tutti i profumi delle strade delle città, saccheggiandone i colori, e associandoli con impertinenza al suo passato. Il letterato è un cantastorie che bara. Un cantastorie che bara perché non ha vissuto niente, e pretende d'aver conosciuto tutto. Delfini è un grande letterato. Dimenticato. Ma adesso basta, vogliamo che diventi un letterato esemplare, e che sia interiorizzato.
Satire della cultura e del costume italiano: del popolo del “qui lo dico e qui lo nego”, del paese in cui “recitano” guide, leggi, didascalie e orari ferroviari, e in cui piace fare “mente locale” (sarà che siamo il paese delle patrie); dell'individuo che gioca a fare il cane sciolto (forse per poter meglio cambiare padrone), e di quelli che disprezzano il successo (almeno: quello degli altri); delle traduzioni “belle ma infedeli”, e di quelli che partono per quindici giorni in cerca di “un attimo” di pace. Satire scritte in pieno stile Pontiggia: con semplicità, classe, intelligenza e immediatezza.
“Tutto a un tratto, fu lui a prendere in mano la conversazione, insegnandoci quelle che considerava le tre lezioni necessarie al buon andamento nella nostra esistenza e del nostro avvenire: Se uno di voi si trova in serie difficoltà, e dico serie, nella scelta tra andare in prigione o all’ospedale psichiatrico, che scelga la prigione, perché da lì le persone escono tutti i giorni […]
Luigi Bernardi continua a stupire per il suo essere controcorrente nelle scelte editoriali e per come riesce a impostare in modo originale una collana di autori italiani. Le copertine della Walkietalkie di Perdisapop sono dei piccoli capolavori artistici, realizzati con cura da Onofrio Catacchio che ha trasformato i disegni in una mostra itinerante.
“Trovarsi lì, in mezzo a quei monti feroci, era tutt'altra cosa da quanto si era immaginato; e questo generava onde emotive di variabile intensità. Non era facile mantenere il governo della propria barca quando si affrontavano le più impervie; il rischio di venirne travolti poteva essere pesante. Così, sulla scia di una rotta senza meta, ma dalle incognite promesse, si svolgeva, di ora in ora più sorprendente, il cammino dell'uomo venuto in quel mondo a ritrovare il proprio passato” (Martinelli, “Il granduca”, p. 60).
Continuo a compiere i miei primi ed avidi passi nella letteratura turca, seguendo in ordine cronologico le pubblicazioni dell'autore attualmente più famoso e più tradotto (e quindi di più facile reperibilità) della Turchia, ovvero Orhan Pamuk.
C’era una volta un editore modenese di sette cotte, e perciò italiano sette volte, che risiedeva a Roma. Quando gli dissero: tu non sei italiano egli volle dimostrare di essere modenese di sette cotte e perciò sette volte italiano buttandosi dall’alto della sua Ghirlandina
Secondo della trilogia autobiografica iniziata con “Infanzia” e terminata con “Vergogna”, “Gioventù” è un vero e proprio romanzo di formazione, in cui l'intera narrazione ruota attorno alla ricerca dell'identità.
Su ispirazione della memoria lo scrittore è spinto a raccontare di un’elegante e aristocratica famiglia ebraica, vissuta in raffinato isolamento a Ferrara e distrutta poi con la deportazione e lo sterminio. Riappaiono tra le sue evocative pagine i Finzi-Contini: il professor Ermanno e la signora Olga con l’anziana madre Regina e i loro figli Alberto e soprattutto Micol, per sempre bella e sfuggente, affascinante e tragica.
Vallarsa, anni Trenta. Prati e boschi color smeraldo, le Piccole Dolomiti incappucciate dalla neve. Giovannino sta tornando a casa, sta tornando nel paesino di Obra. Dopo quasi quarant'anni di lontananza, ha voglia di rivedere la sua terra. È emigrato già in adolescenza, per necessità. È stato in Ungheria – dove s'è sposato, una prima volta. Poi ha combattuto in Guerra, è riuscito a portare a casa la pelle ma non ha dimenticato proprio niente, vent'anni dopo. Soprattutto, non ha dimenticato com'era la natura intorno al suo paese.
“Il principe Tristano davvero delirava quando diceva che la notte è più bella del giorno! Io, da quando sono nato, non ho aspettato che il giorno pieno, la perfezione della vita: ho sempre saputo che l'isola, e quella mia primitiva felicità, non erano altro che una imperfetta notte; anche gli anni deliziosi con mio padre, anche quelle sere là con lei! Erano ancora la notte della vita, in fondo l'ho sempre saputo. E adesso, lo so più che mai; e aspetto sempre che il mio giorno arrivi, simile a un fratello meraviglioso con cui ci si racconta, abbracciati, la lunga noia...” (Morante, “L'isola di Arturo”, IV, “Regina delle donne”, p. 187)
La generazione dei poeti, come Paris spiega brillantemente attraverso le tredici storie di questo libro, non ha tempo né età. E’ la generazione di chi resta ragazzo a vita. Un titolo, evidentemente, non casuale. Ma i poeti muoiono come tutti: “La natura è cattiva, fa morire anche i poeti, quelli che appartengono alla generazione della vita”.
Sesto libro di narrativa di Renzo Rosso, “Le donne divine” (Garzanti, 1988) è un romanzo d'agnizione tragica e di nostalgia sconfitta. L'agnizione finale è quella della reale natura del rapporto tra lo “zio” e il “nipote” protagonisti del libro; la nostalgia è quella, dell'artista e forse del suo primo protagonista, per la lontana Trieste. Tecnicamente non è il miglior romanzo dell'artista giuliano, padre della “Dura spina”: è un buon libro esistenzialista, un po' mélo, politicamente velleitario (si dice e non si dice, ma appare il fantasma della spia triestina per eccellenza, l'assassino comunista Vittorio Vidali, stalinista: uomo lugubre, eppure amico di zio e nipote), morbosetto e febbrile.
L'ultimo libro di Renzo Rosso, “Un passato intenso. 36 anni in RAI” (Azimut, 2007) è un memoir fragile e semplice, scritto da un artista ormai ottantenne ma ancora lucido: abbastanza lucido da ricordare tutta una serie di episodi, e di persone, importanti nella sua vita e nella vita culturale e politica della nazione. Lettura sicuramente importante per studiosi e aficionado, giuliani e non.
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