Björkman Stig

Io, Woody e Allen. Un regista si racconta

Autore: 
Björkman Stig


Il volume che Minimum Fax ci propone è, innanzi tutto, un testo prezioso. Non è un libro di critica. È una lunga intervista al regista comico (e non solo) più autorevole degli ultimi trent’anni: Woody Allen. Il regista Stig Björkman non pone freni alle sue domande: curiosità di ottimo spettatore e anche, naturalmente, di cineasta. Spiace che le sue opere siano del tutto sconosciute qui da noi – per quanto sia probabile che Enrico Ghezzi le abbia trasmesse a nostra insaputa. La curiosità genuina dell’intervistatore che non nasconde un profondo interesse per l’opera del regista newyorkese, non ha limiti, in ogni caso il buon gusto e non, per dire, la virosi del pettegolezzo, è la parola d’ordine. Si parte dalla prima formazione comica, i primi scritti, le prime visioni cinematografiche, agli ultimi lavori dello stacanovista autore anti-hollywoodiano per eccellenza.
Scorrendo queste numerose pagine (più di 450 per capirci) si ha un ritratto molto accurato del personaggio. Va da sé che le leggende sulle sue manie, che Wikipedia propina per autentiche, decadano completamente, ponendo in risalto invece un profilo ben maturo e complesso.
La genesi del libro ebbe luogo negli scarsi ritagli di tempo tra una ripresa e l’altra, nello studio di Allen, stanza di autentico valore per biografi ed appassionati: è la stessa dai suoi primi film e qui son stati concepiti numerosi copioni e sono avvenuti incontri epocali con registi di tutto rispetto: uno per tutti, Jean Luc Godard, che lo volle per una parte nel suo Re Lear – film che Allen ammette di non aver mai visto.  
Il nome che ricorre più spesso è naturalmente quello di Groucho e degli altri fratelli Marx. A partire dalla sua formazione di comico, la loro verve è stata la matrice da cui partire e far riferimento in continuazione. Si pensi al personaggio femminile muto di Accordi e disaccordi, che ricalca naturalmente Harpo, o alle citazioni esplicite di Io e Annie, Stardust Memories, Hanna e le sue sorelle e Tutti dicono I love you (il cui titolo è la canzone principale di Horse feathers e, durante la festa marxiana nel finale, c’è un delizioso balletto in onore del Capitano Spaulding). I Marx non sono gli unici ispiratori, gli altri due nomi che hanno lasciato un segno indelebile sulla sua visione (cinematografica e non) del mondo sono due geni indiscussi: Ingmar Bergman e il nostro Federico Fellini. E la carriera di Allen, volendo semplificare, denota alcune fasi ben distinte: Io e Annie (1977) segna il primo cambiamento e la fine del percorso essenzialmente comico, Interiors (1978) è un film che deve moltissimo all’influenza svedese di Bergman e Stardust Memories (1980) è, per quanto Allen non la veda così, la sua personale versione di 8 ½ (che suscitò numerose polemiche e delusioni in quanto pubblico e critica interpretarono un’identificazione, smentita dal regista, tra Allen e il personaggio – depresso comico incompreso).
Due caratteristiche sorprendono il lettore fra quanto affermato da Woody Allen.
La prima è una cosa straordinariamente unica che, purtroppo, nessun altro regista può vantare. Vale a dire che i produttori di Allen sono, da sempre, i suoi due agenti. Ragion per cui egli ha sempre avuto la libertà illimitata sulla propria creatività. In Italia è un miracolo semplicemente impensabile. Eppure Allen può girare come e quanto vuole, per questo motivo appena concluso un film passa subito al successivo. L’unico limite è che non deve superare un dato budget. Per il resto i suoi due produttori, nonché amici decennali, discutono le varie idee senza porre restrizioni di commercialità. Alcuni suoi film son stati insuccessi, per esempio Settembre, forse il suo film più drammatico, eppure è riuscito a riguadagnarsi le simpatie del pubblico, specie quello europeo – sembra incredibile ma la critica americana, dopo tutti questi anni, non si è accorta del talento di Woody Allen. Vien da ridere, o da piangere, a pensare che il nostro paese prenda gli States come modello di vita. È una delle peculiarità di un paese subordinato, probabilmente.
 
La seconda sorpresa è la totale avversione di Allen ai propri film. Non si fraintenda: egli adora il proprio lavoro e ci mette l’anima per realizzare un’opera. Però una volta conclusa preferisce non guardarsi alle spalle e pensare al prossimo progetto. Woody Allen non riguarda mai i suoi film, caratteristica in comune con l’attore Antony Hopkins, perché, dice “ora li realizzerei in maniera totalmente diversa”. Questa propensione per il perfezionismo è portata alla massima potenza, un parossismo francamente non condivisibile. Ammette di non essere però un buon giudice della propria opera e, rivela, l’unico parere cui negli anni ha sempre dato ascolto è stato quello di Diane Keaton. La sua musa ed eterna amica, viene invitata, quando può, a guardare in anteprima il film ancora inedito e gli dà qualche consiglio. Una volta che il film esce nei cinema per Allen è un discorso chiuso. Ammette di aver smesso da anni di leggere le recensioni sui giornali o gli incassi, e quando i suoi produttori chiamano per informarlo del successo o dell’eventuale insuccesso, preferisce non ascoltare.
Woody Allen ha, com’è noto, una seconda attività artistica: ogni lunedì da quasi quarant’anni, suona il clarinetto con la sua band. Ogni lunedì.
Eppure il mestiere di regista rimane un lavoro, che ha orari precisi, un suo ufficio e delle scadenze. Appena completato un lavoro, comincia presto col successivo e così via. Non è un artista a tempo pieno, si considera un lavoratore. Privilegiato, aggiungiamo noi.
Svelare altri arcani non avrebbe senso. Che utilità avrebbe sottrarre questo piacere al lettore?
“Io, Woody e Allen” fa pensare inevitabilmente al classico, e insuperabile, “Il cinema secondo Hitchcock” di Truffaut, anche perché per la prima volta si ha libero accesso alle strategie di sceneggiatura e regia cui un cineasta mette in moto per creare un’opera d’arte. C’è poco da girarci intorno: son questi i libri che fanno la differenza.
 
 
 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
 
Stig Björkman (Svezia, 1938) è un critico, giornalista e regista svedese.
Woody Allen (New York, 1935) è un attore e regista cinematografico.
 
Stig Björkman, “Io, Woody e Allen. Un regista si racconta”, Minimum Fax, Roma, 2005.
Traduzione di Annalisa Cara, Giampiero Cara e Lucio Carbonelli. Prefazione di Stig Björkman. 
 
Prima edizione: “Woody om Allen”, Alfabeta Bokförlang, 1993, aggiornato 2004. 
 
Approfondimento in rete: Minimum Fax / Imdb / Wikipedia in svedese
 
Woody Allen n Lankelot:
 
Allen Woody - Harry a pezzi di angelamigliore
 
 
Luca Martello, 16 marzo 2009
 

ISBN/EAN: 
8875210586

Commenti

Woody!

"Alcuni suoi film son stati insuccessi, per esempio Settembre, forse il suo film più drammatico, eppure è riuscito a riguadagnarsi le simpatie del pubblico, specie quello europeo ? sembra incredibile ma la critica americana, dopo tutti questi anni, non si è accorta del talento di Woody Allen. Vien da ridere, o da piangere, a pensare che il nostro paese prenda gli States come modello di vita. È una delle peculiarità di un paese subordinato, probabilmente".

Eh si, davvero inspiegabile. Secondo me non è che non si è accorta del talento, cosa davvero improbabile. é che non gli va giù che Allen sia un regista di formazione europea, come giustamente noti. E poi li mette alla berlina come pochi altri. Sul fatto della subordinazione agli States, come sai, qui ne siamo tutti più che consapevoli.

"La seconda sorpresa è la totale avversione di Allen ai propri film. Non si fraintenda: egli adora il proprio lavoro e ci mette l?anima per realizzare un?opera. Però una volta conclusa preferisce non guardarsi alle spalle e pensare al prossimo progetto. Woody Allen non riguarda mai i suoi film, caratteristica in comune con l?attore Antony Hopkins, perché, dice ?ora li realizzerei in maniera totalmente diversa".

Questo è classico di un simile personaggio, ora che leggo il tuo pezzo mi torna a mente un'intervista di Woody Allen che rimarcava proprio questa particolarità. E non credo sia snobismo o falsa modestia, credo proprio sia fatto così veramente.

"?Io, Woody e Allen? fa pensare inevitabilmente al classico, e insuperabile, ?Il cinema secondo Hitchcock? di Truffaut, anche perché per la prima volta si ha libero accesso alle strategie di sceneggiatura e regia cui un cineasta mette in moto per creare un?opera d?arte. C?è poco da girarci intorno: son questi i libri che fanno la differenza".

Addirittura? Mi hai convinto, lo avrò. Amo Woody Allen come sai, che cominciai a vedere in serie, anni fa, sulla scia della vicinanza con il grande Ingmar Bergman. Credo che proprio Bergman sia il suo maggiore padre di celluloide, al di là dell'apparenza di genere differente. Del resto Allen non lo ha mai negato, anzi ne ha fatto quasi un vanto di questa prossimità artistica.

Grande, Epic! Grazie di questa pagina.

Grazie Federico :) Guarda, il regista che lo intervista è svedese e a sua volta aveva precedentemente intervistato il grande Bergman. Allen è come un bambino certe volte, appena l'intervistatore cita qualche nome che gli piace (Bergman ma anche Antonioni) lui si eccita subito, da amante puro del cinema. E di Bergman, fidati, ne parlano a iosa. Tra il giornalista (e regista) e Allen non so chi lo adori di più :)

2 a me francamente secca il fatto che giustifichino il successo di Allen in quanto merito di Lionello... Ultimamente è un discorso che fanno spesso. Si vedrà ai botteghini per i futuri film, a sto punto...

OT: posso dire solo una cosa. Questo articolo è un perfetto esempio di quell'ipertesto che studiai, entusiasta, da ragazzino all'Università. Ecco: mi viene voglia di tornare a sfogliare Landow - e non lo farò - per pubblicare un articolo della serie: cosa significa internet, come si scrive un articolo sul web, che senso ha inserire link ad altre pagine.
MAGNIFICO esempio di pagina ipertestuale.

Quanto al resto, il solito magistrale LUCA MARTELLO.

:)

... il classico, e insuperabile, ?Il cinema secondo Hitchcock? di Truffaut...

(già hai capito)

vedremo :)

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