HIC SUNT LEONES
Il confine oltre cui non possiamo spingerci è spesso un territorio apparentemente irto di pericoli e tenebre. Ne fa le spese uno scrittore, di cui non sappiamo il nome ma è felicemente ravvisabile in Roberto Pazzi, che camminando un giorno per Roma è vittima di un curioso enigma che lo riguarda da vicino: in una libreria nei pressi di fontana di Trevi scorge la sua autobiografia, che non ha mai scritto. Indispettito dallo scherzo di pessimo gusto l’acquista e, passeggiando lungo via del Corso fin dentro Villa Borghese, la legge avidamente impallidendo per i clamorosi errori che contiene. È preso dal panico e vuole scoprire chi si sia azzardato a pubblicare a suo nome tale libro – sospetta immediatamente che sia stato pubblicato da “una di quelle case dedite a lucrare con pubblicazioni pagate” (pag. 12) – e telefona alla sorella, unica custode di rivelazioni private e segrete misteriosamente contenute nel libercolo.
Uno dei primi terrori riguarda il finale: dato che la conclusione della vita altro non è che la morte, l’angoscia di leggere quelle ultime righe lo immobilizza, come se quel libro rappresentasse davvero tutta la sua esistenza, morte compresa. E, immerso nel duplice sentimento di amore e odio verso quella creatura indiscreta, una donna, Lea, si accosta sedendosi accanto a lui. La donna sembra conoscere lo scrittore, e non solo, è a conoscenza dei più segreti particolari della sua vita, anche i più incredibili e presto scaccia il primo grande dubbio: è lei l’autrice di quel libro.
Lo scrittore vede nell’arroganza della donna un buon motivo per allontanarsi, eppure quella figura così folle – annuncia il decesso degli astanti, bambini compresi – lo chiama a sé come una calamita. Una donna venuta da lontano, incontrata in una città transitoria – lo scrittore vive infatti a Ferrara, anche se ammette ai lettori che è Roma la città in cui sognerebbe abitare, la più bella del mondo – dai lineamenti maturi eppure ancora attraenti, quella donna lucchese ma cosmopolita, colta e ricca, nota nelle tv e convegni internazionali, sempre in viaggio, fra hotel costosi e negozi alla moda, quella donna non è che la morte.
Lo scrittore è presto informato: Lea non è la Morte, ma la “sua” morte, dello scrittore e ora siede con lui su una panchina di Villa Borghese, tra la vitalità del verde e della giovinezza che lo abita. La nera signora “personale” non è giunta per portarlo via, questa è solo una prima apparizione, un primo contatto “per rassicurarlo” e per fargli scemare la paura che ha di lei. E il loro rapporto diviene davvero stretto, totale: lo scrittore perderà la testa per lei, condivideranno lunghe ore insieme, a dispetto degli impegni insormontabili della donna, e giaceranno insieme nelle notti romane e ancora, si rincontreranno nella Padova di lei e, infine, nella Ferrara di lui.
L’amore per Lea cancellerà l’ossessione per quell’autobiografia apocrifa ma l’idillio dei due verrà bruscamente interrotto dalla dipartita di Lea e questa separazione traformerà i giorni di lui in autentica sofferenza. La ricerca della morte-amante logorerà il suo lavoro, i suoi umori, le sue speranze fin quando l’uomo non si tramuterà in scrittura, sprofondando in un mutismo inguaribile che lo ricongiungerà ai suoi libri: questi soltanto, d’ora in poi, parleranno per lui. Lo scrittore conserverà della sua amante soltanto un rossetto, rosso come il colore della matita che corregge gli errori meno gravi, appuntati nella biografia già scritta di un’esistenza vissuta nell’ansia dell’errore.
Il libro di Roberto Pazzi ha il respiro più di un racconto lungo che di un vero e proprio romanzo, per la linearità di un’episodio tutto sommato omogeneo e compatto, che abbraccia la maturità di un uomo che fonde realtà e fantasia in un personale tributo alla grande potenzialità della parola scritta e dei suoi infiniti giochi di specchi. La percezione dell’esistenza non può, specie per un letterato, prescindere da una concezione metalinguistica della vita e, di conseguenza, anche della morte. Basti pensare alla figura materna della personificazione della morte che, in quanto madre, è anche colei che dà la vita. Ma non è un percorso negativo o gotico quello intrapreso da Pazzi, dà più l’idea di un desiderio di conoscenza del fenomeno molto sussurrato e affrontato con cautelare pacatezza: in fondo è il Tema per eccellenza da che l’uomo ha preso coscienza di sé e il continuo rimando a Dio o alla Chiesa nell’opera di Pazzi conferma la centralità del tema nella sua poetica. La sua prosa ha il profumo di un tempo lontano, quasi indecifrabile, nella sua totale estraneità alla nostra epoca (gli euro son forse l’unica traccia che può collocare cronologicamente entro un riquadro temporale ben preciso) ma l’umorismo che spesso viene lodato nelle sue opere è stavolta pressoché assente. Non mancano invece le immagini inquietanti e forse anche surreali, come l’apparizione di papa Benedetto XVI in via Merulana, seguito da un corposo corteo di fedeli, mentre lo scrittore ingurgita una pizzetta.
Sembra anche un’opera adatta più a un pubblico coetaneo all’autore che non a un lettore ideale troppo giovane o inesperto; alcune pagine soffrono di un desiderio di partecipazione che forse non può essere colto da chiunque, benché la pacata linearità renda la lettura molto veloce e scorrevole.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Roberto Pazzi (Ameglia, 1946) scrittore, poeta e giornalista italiano.
Roberto Pazzi, “Qualcuno mi insegue”, Frassinelli, Milano, 2007.
Roberto Pazzi in Lankelot
Commenti
Ecce Pazzi!
Ecce Pazzi!
subito in prima pagina!
subito in prima pagina!
ho paura ad aggiungere dei
ho paura ad aggiungere dei tag... non è che mi si incasina tutta la pagina?
vai tranquillo
vai tranquillo
(scheda magistrale.)
(scheda magistrale.)