Rapporto medico tra arte e follia: impossibile che non torni alla memoria il grande studio del Lombroso de “L’uomo di genio”, impegnato a dimostrare similitudini, analogie e rapporti esistenti tra genio e follia, fondandosi spesso – ecco un limite, tacendo delle avventurose teorie razziali – su notizie biografiche ricavate da fonti non del tutto attendibili, per non dire filologicamente sciagurate; per cui poteva, ingenuamente, mettere su uno stesso livello un poeta Greco della classicità e Torquato Tasso, per intenderci. Circa trentacinque anni dopo la pubblicazione delle sue teorie, delle sue congetture e delle sue interpretazioni sul rapporto tra creazione artistica e nevrosi e disturbi della personalità, lo psichiatra svizzero Walter Morgenthaler, come nulla fosse e fondandosi su ben altra e germanofona bibliografia scientifica, pubblica notizie sullo strano caso di Adolf Wölfli, contadino internato per schizofrenia dopo doppia carcerazione per pedofilia, rivelatosi formidabile pittore e illustratore, torrenziale scrittore e indecifrabile compositore, a dispetto d’una formazione scolastica appena elementare.
L’impatto è – dal punto di vista scientifico – non del tutto innovativo e non sempre convincente: Morgenthaler spesso smette i panni dello psichiatra per mascherarsi da critico letterario, con esiti caratteristici e divertenti ma non eccezionalmente rilevanti; d’altra parte, quasi mezzo secolo prima Lombroso aveva pubblicato ampi frammenti di opere di poesia e prosa dei suoi alienati, addirittura talvolta donati da Carlo Alberto Pisani Dossi, incuriosito dallo stesso fenomeno; e stesso approccio e stesso entusiasmo aveva dimostrato nei confronti della straripante sensibilità estetica e della almeno discreta resa di quelle opere. Perché, quindi, questo libro si rivela affascinante e necessario?
In prima battuta, perché si concentra su uno e un solo paziente, e l’analisi è meticolosamente fondata su lui e lui soltanto; quindi, perché si tratta d’un paziente che ha inciso il suo nome nella Storia dell’Arte del Novecento; infine, perché s’è trattato d’un misterioso, geniale artista precursore. Spiega Michele Mari nell’introduzione: “Immaginiamo un uomo non americano che trentadue anni prima di Andy Warhol metta in un quadro l’immagine fedele di una lattina di zuppa Campbell’s (…); che questa lattina non sia un caso, ma rientri in una tecnica di contaminazione di ritagli pubblicitari e disegno che anticipa di decenni l’intero corpus della pop art; immaginiamo che lo stesso uomo, senza mai essere stato in Francia (…), componga calligrammi serpentiformi alla Apollinaire (…), preceda Picasso nel recupero del primitivismo e disegni volti che sono simultaneamente di fronte e di profilo; (…) che scriva giochi di parole degni delle filastrocche di Lewis Carroll o dei limerick di Edward Lear” (p. 13).
Questo libro è uno dei primi e migliori casi di “propaganda psicotica”: per la prima volta, uno psichiatra pubblica nome e cognome d’un paziente internato, perché lo considera un artista e non vuole che le sue creazioni vadano mescolate con quelle degli altri alienati, negli archivi o nei musei ad hoc.
1921. Morgenthaler indaga la vicenda del paziente Wölfli, internato nel manicomio di Waldau sin dal 1895: considerando le sue creazioni non un sintomo della pazzia, come Lombroso coi suoi alienati, ma autentiche opere d’arte. Prima del manicomio, non scriveva, non disegnava: non è stato, come suggerisce Mari, prima artista e quindi pazzo (come Tasso, per intenderci, o come Dino Campana); ma pazzo, sino alla distruzione della logica, e infine e inspiegabilmente artista. Lavoratore indefesso e instancabile, dal 1899 passa da un disegno all’altro, e da uno scritto all’altro, senza sosta; disperando solo dell’assenza dei materiali, carta e matite e pastelli colorati. Ne deriverà una produzione narrativa biografica di 45 volumi, oltre 25.000 pagine, e molte migliaia di disegni. Quando non creava, “senza piacere” ma con freddo entusiasmo, aveva nuove crisi di bestiale aggressività, allucinazioni audiovisive, manie di persecuzione e via discorrendo. L’arte era, quindi, il suo calmante e la sua unica via d’interazione con l’alterità. Considerava le sue creazioni con scostante soddisfazione; come opere di genio o come opere da tre franchi, oppure come deliri di un pazzo (p. 59) privi di senso. Le sue prime opere sono andate perdute, distrutte dall’autore o dagli altri pazienti; purtroppo è impossibile compararle alla produzione successiva e più matura, per vagliarne similarità e difformità.
Le notizie sulla sua famiglia sono scarse, difficilmente verificabili e raccolte, spesso, esclusivamente sulla base delle sue testimonianze. Pare appurato che il padre fosse un taglialegna con due gravi vizi, l’alcol e le puttane; sparì presto, tra crimini e prigionie. La madre, lavandaia, lasciò orfano Adolf a otto anni; dei fratelli non si riesce a stabilire nemmeno il numero. Adolf venne affidato, secondo il costume dell’epoca, ad altre famiglie che lo impiegavano nel lavoro nei campi, come servo agricolo. Piangeva la perduta madre, si ritrovava spesso battuto e umiliato dai padroni; intanto lo avviavano all’alcolismo, in tenera età. Dopo una grave malattia polmonare diventa meteoropatico e il suo umore muta con eccessiva rapidità. Tre vicende sentimentali infelici, nell’adolescenza, aggravano la sua melanconia e la sua irritabilità; l’onanismo aumenta il nervosismo e l’inquietudine. Nel frattempo, Wölfli passa da una mansione all’altra, perdendo spesso il lavoro per via di periodiche assenze: quando è in vena, è lavoratore indefesso e apprezzato, addirittura troppo esigente nei confronti dei sottoposti, nei cantieri o nei campi.
In generale, le testimonianze raccolte da Morgenthaler, molti anni dopo, si riferiscono a chi lo giudicava da sempre mezzo matto, grossolano e collerico, pur non negando lo spirito di sacrificio; si concorda sulla dipendenza dall’alcol, a un tratto sconfitta, e sulla tendenza all’isolamento
Dopo nuove crisi, un tifo mal curato e nuove, esecrabili condizioni di povertà e miseria, comincia (1890) a mostrare attenzioni particolari nei confronti delle minorenni. Prima una quattordicenne, poi una cinquenne. Non riesce ad andare oltre uno stadio voyeuristico, in entrambi i casi: tuttavia viene scoperto, arrestato una prima volta, liberato, colto nuovamente in flagrante con una bambina di tre anni. Finalmente internato a Waldau, appurata la sua instabilità mentale e la sua pericolosità, vi rimarrà sino al termine dei suoi giorni. Morgenthaler evidenzia tre fasi nella sua malattia: la prima, durata circa cinque anni, sin quando non comincia a disegnare, è caratterizzata da accessi violenti, crisi impulsive, aggressività, manie di persecuzione, depressione, allucinazioni audiovisive (dal secondo anno), bruschi sbalzi d’umore, distruzione degli oggetti nella sua cella e altrove, pestaggi. Curiosamente, frantumando le finestre, non fuggiva.
Nella seconda fase (1899-1917), quella dei disegni e della scrittura, Wölfli instancabilmente crea. Ha ancora crisi, è collerico e aggressivo; patisce multiple allucinazioni, tendenzialmente al risveglio e durante la notte: purtroppo non sempre si tratta di allucinazioni erotiche, quindi si sente spiato, umiliato e stuzzicato. Tuttavia, progressivamente, l’esercizio artistico lo mitiga e lo placa: l’invenzione di mondi fantastici, di viaggi interplanetari, di un Dio che coincide spesso col padre e lo guida alla scoperta del mondo, d’un’infanzia felice e ricca di esperienze favolose, tra le stelle, spendendo triliardi e triliardi delle monete che ha inventato, lo distaccano dalla coscienza della realtà. Sente il disegno e la scrittura come missioni: non prova piacere, si spegne dedicandosi a quelle sole attività; riempie i fogli in ogni spazio, mostrando discreto horror vacui, e prende ispirazione dalle riviste che circolano nel manicomio e dagli atlanti e dai pochi testi che può consultare. Conia parole nuove, forgiandole sulla base dei termini stranieri che incontra nelle sue letture, spesso mutandone senso e significati. Inverte e sostituisce le consonanti di due parole analoghe, mostra grande sensibilità nei confronti del ritmo: spesso passa, senza soluzione di continuità, dalla prosa alla poesia, mostrando fedeltà al suono. Ha una scrittura non estranea al misticismo, pretende Dio e talvolta crede d’essere Dio. Si firma Imperatore o Beato. È una prosa caratterizzata da ripetizioni e contraddizioni: il titolo è “Dalla culla alla tomba”. La lingua è definita da Morgenthaler greve, magniloquente, ridondante e pomposa, quando burocratica quando “biblica”, innervata da una punteggiatura erronea o creativa, dall’inserimento di nuovi numeri (il maggiore è Oberon: diventerà “Zorn”, rabbia) oltre il quadriliardo; è ossessionato dal gigantismo, città giganti, torri giganti, fontane giganti, e via discorrendo. È uno che sente di morire e poter risorgere a ogni istante; scrive genesi nuova (Orfeo assieme a Dio) e gerarchie divine.
Nella terza e ultima fase, pure ancora in isolamento, viene trasferito in una nuova camera assieme a tutti i suoi scritti e ai suoi disegni. È il 1917. Diventa addirittura socievole, e mostra gentilezza nei confronti dei malati. Le allucinazioni non sono svanite: interagisce con queste voci litigandoci.
Mendica mozziconi di matita e fogli di carta dappertutto. Se non ha matite colorate a disposizione, scrive la sua autobiografia fantastica; se invece manca la matita nera e sta scrivendo, si serve dei pastelli colorati per scrivere. Sente di “dover fare”: la sua è una creatività che nasce dalla percezione di “necessità”. È applicazione e disciplina, senza godimento. Non sa mai cosa disegnerà prima d’aver intrapreso l’opera: Morgenthaler scrive che “pensa con la matita”. Non ha “ispirazioni”: sostiene di aver trovato tutte quelle immagini nei suoi viaggi nell’Universo, per ordine di Dio.
Lo psichiatra, nelle ultime battute, torna a investigare la sua biografia considerando che tutti i sintomi sono quelli di una schizofrenia paranoide; Wölfli è sceso dal personale al sovrapersonale (p. 135), attingendo alle “immagini primigenie” e alla “intuizione originaria” cara a Jung. Introverso sino all’autismo, infantile e caratterizzato da una fantasia straripante, come molti artisti. Il mistero quindi è così sintetizzato: ogni artista ha comportamenti e tratti della personalità in comune con un pazzo, e un pazzo può diventare artista, a condizione di mantenere “metodo” e “ordine” nella classificazione delle sue opere, e nella loro percezione organica. A quale prezzo? A condizione di distruggere la realtà, di dimenticare la sua condizione e il suo stato, di ritrovarsi imprigionato e incapace di fuggire, tornando in un utero mitico, bombardato da pagine di riviste e da qualche libro che diventa seme per elaborazioni e creazioni nuove, talmente distanti da quel che mode, tendenze e accademie vanno proponendo e insegnando, talmente libere e anarchiche, da potere – per accidente, non per calcolo, e senza metodo – andare al di là del presente.
Morgenthaler non ha individuato, come nessuno in precedenza e nessuno sino ad oggi, il pulsante magico, l’innesco automatico della creazione artistica (di genio). Ha stabilito, migliorando le osservazioni di altri studiosi della psiche, analogie e similarità tra la follia degli psicotici e lo stato dell’artista pre, intra e post creazione: è un ulteriore passo avanti nella comprensione del dna dell’arte, del suo misterioso distacco dalla realtà: nella percezione dell’esistenza d’una grande fonte comune, all’ombra della quale s’attinge, e si può attingere a oltranza. Quell’acqua tuttavia non disseta, e piuttosto asseta: t’eleva ma t’estingue, senza pietà. Ti priva della realtà, cancellandone confini, dettagli, sfumature: spazza via quel che è, t’inonda di immagini e suoni, ti costringe a scolpirli e fermarli, in un tempo al di là del tempo. È fuoco freddo: comunque, brucia.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Walter Morgenthaler (Ursenbach, Svizzera, 1882 – Muri, Svizzera, 1965), psichiatra svizzero.
Walter Morgenthaler, “Arte e follia in Adolf Wölfli”, Alet, Padova 2007.
Traduzione di Alessandra Pedrazzini. Con uno scritto di Michele Mari.
Appendici: Biografia, Cartella Clinica, Tavole, Bibliografia critica.
Prima edizione: “Ein Geisteskranker als Künstler (Adolf Wölfli)”, Berna, 1921.
Approfondimento in rete: Rassegna Stampa Italiana (in progress) / Wiki. de / Adolf W. / Centro Culturale Svizzero / A.W. Foundation /
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Agosto 2007
Commenti
Contributo doppio, stavolta: Arti e Scienze.
S'indaga il rapporto tra genio e follia. In Svizzera, nel 1920, vive il pazzo geniale Adolf Wolfli.
La figura di Wolfli è obiettivamente assurda. Non ne avevo mai sentito parlare prima di leggere questo libro. Alla fine, al vecchio mattacchione è difficile non affezionarsi: vuoi per il riconoscimento della sua genialità, vuoi soprattutto per l'irresistibile humor che percorre le sue memorie e in generale i suoi scritti (strepitosi gli acquisti di intere stelle che compie a suon di triliardi e le strampalate cosmogonie).
Occhio qui: "perdendo spesso per il lavoro" e qui: "delle minorenne".
Grande Franco, ottima analisi.
ne avevo letto sul domenicale del sole24ore tempo fa. grazie per l'ulteriore lettura, sempre attenta.
Grazie a voi, ragazzi.
Wolfli andrebbe esaminato con cura, da esperti di arti visive, per confutare le parole di Mari, in apertura; ma considerando la sua popolarità in America, direi che non andranno smentite. Dal punto di vista letterario costituisce un divertimento, dice bene Drago, irresistibile.
Grazie a voi, e refusetti corretti:)
Non so Franco. A me sembra che la tesi, neanché tanto velata, sia che la follia essendo correlata alla propensione all'arte, implicherebbe in taluni casi almeno, che il pazzo è artista.
A rigore la correlazione però non dimostra questo.
Potremmo più facilmente affermare il contrario, l'essere artista porta talvolta alla pazzia, con le stesse basi e la stessa logica.
Mi sembra che i casi storici , penso in questo momento a Campana e a Nelligan, di persone con un chiaro scompenso psichico, abbiano dimostrato che l'esercizio dell'arte preserva la sanità mentale.
Questa seconda tesi è accennata nel tuo articolo e mi sembra più rilevante. Probabilmente è indice di un qualche tipo di ordine che deriva dalla produzione artistica, di autoimposizione al rigore o ad un ritmo.
Infine andrebbe analizzata la correlazione a distanza; ad esempio la vita da artista implica in certe situazioni, esclusione sociale, solitudine o è causa di problemi sociali di altro genere che a loro volta portano a favorire uno scompenso psichico.
Interessante sarebbe anche conoscere quali tipi di scompenso (psicosi, nevrosi, schizzofrenia? Depressione?) sono più comunemente associati ad una produzione artistica o pseudotale.
"Probabilmente è indice di un qualche tipo di ordine che deriva dalla produzione artistica, di autoimposizione al rigore o ad un ritmo.
Infine andrebbe analizzata la correlazione a distanza; ad esempio la vita da artista implica in certe situazioni, esclusione sociale, solitudine o è causa di problemi sociali di altro genere che a loro volta portano a favorire uno scompenso psichico".
> Sono d'accordo, da buon lettore di Durkheim, sui problemi legati all'anomia e all'integrazione sociale; stesso vale per il principio della forma mentis peculiare e caratterizzante.
L'argomento è complesso e scivoloso. Gli studi che ho analizzato negli anni sono quando romantici, quando sentimentali, quando apologetici: di fatto, una visione equilibrata e non partigiana, "scientifica", mi sembra decisamente distante dal presente.
Le ragioni ho provato a spiegarle. Misterioso è l'innesco.
Domanda. Popolarità di Wolfli, oggi, in Svizzera? Quali notizie e quali opere circolano?
Mai sentito prima. Bisognerebbe chiedere a qualcuno dell'ambiente dell'arte visiva.
Io non mi sono mai interessato.
Devi anche contare che sono stato educato in Ticino e che la Svizzera adatta il proprio programma studi alla regione linnguistica. Magari un germanofono saprebbe dirti di più.
Interessante. Titti è germanofona, corretto? Potrebbe illuminarci lei, allora.
Vediamo, forse ci aiuta il povero e dimenticato Stephen Zweig:
parlando del suo incontro con Rodin, d'un tratto estraniato da tutto quel che non fosse la sua creazione.
"In quell'ora mi si era rivelato l'eterno segreto di una grande arte, anzi in realtà di ogni grande opera terrena: concentrazione, raccoglimento di tutte le energie, di tutti i sensi, la capacità di ogni vero artista di essere al di fuori di se stesso e al di fuori del mondo. Avevo imparato qualcosa per tutta la mia vita".
(p. 122 della mia edizione de "Il mondo di ieri": Milano, 1994)
Perché dimeticato? Qui è piuttosto noto.
Zweig? Ma questa cosa stride con la poca popolarità dello studio di Morgenthaler su Wolfli. Sembra di germani parliamo.
In Italia viene nominato ormai solo nei libri di storia o di critica letteraria concentrati sul periodo della fine dell'Impero; di solito è l'innamorato princeps di quel che fu, ed evidentemente con meno classe e meno profondità e meno stile di Roth (adelphi...).
Praticamente è disperso.
Parli di Stephne Zweig che ha scritoo "il giocatore di scacchi?" vero?
Sì, sì. http://it.wikipedia.org/wiki/Stefan_Zweig
Non è diventato un classico, non è riconosciuto come autore rappresentativo, si avvia a diventare minore. Riconosco tutti i sintomi classici:).
Uhm..
titti non è germanofona.
Sono molto perplesso dall'analisi che si fa. Innanzi tutto il concentrarsi su un solo soggetto. Approccio tipico della psichiatria di inizio secolo, oggi non è più considerato un approccio serio neanche dagli Psi.
L'analisi del rapporto tra genio artistico e pazzia poi è particolarmente paludoso. In primo luogo il mondo artistico apprezza in maniera morbosa l'originalità. Un soggetto con delle turbe psichiche ha quindi da questo punto di vista un vantaggio innegabile sul soggetto sano. A ciò si aggiunga che molti disturbi psichici sono l'esasperazione di comportamenti che, ad altre gradazioni, non sono considerati patologici. Il punto di vista del malato di mente può quindi risultare caricaturale ma non alieno. questo non è però a mio parere genio, quanto una necessità insita nel disturbo mentale.
Infine posso concordare su quanto detto. l'arte fiorisce in soggetti con comportamenti considerati poco normali. Una scarsa integrazione nel tessuto sociale è mal tollerata dalla psiche il cui ripiegamento su se stessa può trovare sfogo in una produzione artistica. I comportamenti sociopatici di molti artisti non sarebbero quindi una conseguenza della vita da artista ma la causa della vocazione artistica stessa.
Credo che sarebbe bene interrogarsi su un mondo artistico che elogia i folli. Un'arte moderna che elegge il patologico imperatore del normale. Se effettivamente in pazzo ha anticipato la pop-art (un esempio a caso), io mi interrogo sul reale valore artistico della pop-art...
forse nemmeno io sono normale...
eppure sono imperatore di Francia...
ah grande recensione comunque...
"l?arte fiorisce in soggetti con comportamenti considerati poco normali. Una scarsa integrazione nel tessuto sociale è mal tollerata dalla psiche il cui ripiegamento su se stessa può trovare sfogo in una produzione artistica. I comportamenti sociopatici di molti artisti non sarebbero quindi una conseguenza della vita da artista ma la causa della vocazione artistica stessa."
> Assolutamente. Peraltro giorni fa leggevo la rappresentazione, pure cabaret e farsesca, di quel che sostenevi, ossia del patologico come imperatore del normale. Arbasino, "Super Eliogabalo" è un manifesto, in questo senso. Ave e danke.
"Questo libro è uno dei primi e migliori casi di ?propaganda psicotica?: per la prima volta, uno psichiatra pubblica nome e cognome d?un paziente internato, perché lo considera un artista e non vuole che le sue creazioni vadano mescolate con quelle degli altri alienati, negli archivi o nei musei ad hoc. D?altra parte non sembra incredibile che un manovale dall?infanzia dolorosa e complessa, alcolista, violento e pedofilo e privo di qualunque istruzione, sia riuscito in tutto questo? Qual è la ragione?"
Materiale incandescente, qui si camina sul filo. Però è indubbio che tra arte e follia ci sia un nesso, non solo nella finzione letteraria ma anche nella vita reale, a mio avviso.
Probabile... è la ricerca delle ragioni e delle cause che si promette sempre più interessante...
Lo psichiatra, nelle ultime battute, torna a investigare la sua biografia considerando che tutti i sintomi sono quelli di una schizofrenia paranoide; Wölfli è sceso dal personale al sovrapersonale (p. 135), attingendo alle ?immagini primigenie? e alla ?intuizione originaria? cara a Jung. Introverso sino all?autismo, infantile e caratterizzato da una fantasia straripante, come molti artisti. Il mistero quindi è così sintetizzato: ogni artista ha comportamenti e tratti della personalità in comune con un pazzo, e un pazzo può diventare artista, a condizione di mantenere ?metodo? e ?ordine? nella classificazione delle sue opere, e nella loro percezione organica. A quale prezzo? A condizione di distruggere la realtà, di dimenticare la sua condizione e il suo stato, di ritrovarsi imprigionato e incapace di fuggire, tornando in un utero mitico, bombardato da pagine di riviste e da qualche libro che diventa seme per elaborazioni e creazioni nuove, talmente distanti da quel che mode, tendenze e accademie vanno proponendo e insegnando, talmente libere e anarchiche, da potere ? per accidente, non per calcolo, e senza metodo ? andare al di là del presente.
Tutto molto interessante. Questo libro in generale è interessante e il tuo pezzo chiaro e "leggero" (passami il termine, il tuo modo di presentare libro e i temi spinosi è encomiabile, ma soprattutto fluido). Di facile e immediata lettura.
Ho fatto il possibile:). Grazie per i passaggi.
18 - Senza dubbio, ma qui entriamo in un campo riservato ai professionisti del settore, noi si può solo fare congetture. Più in generale, visto che è citato, sarei felice di leggere qualcosa su Jung in Lankelot. So che Giambo ne aveva scritto, sperò posterà prima o poi. Io l'ho studiato e apprezzato, ma è autore complesso oltre che fascinoso, quindi necessitante di ripasso scegliendo di volerne parlare.
Avverti Giambo, a proposito, che se ha smarrito gli originali di quei suoi articoli io ne conservo copia in .doc.
Purtroppo tutto quel che in un anno e mezzo circa non è stato trasferito sul nuovo dominio è attualmente offlanke:).
Ave!
22 - Sarà fatto.
Ave!
"D?altra parte non sembra incredibile che un manovale dall?infanzia dolorosa e complessa, alcolista, violento e pedofilo e privo di qualunque istruzione, sia riuscito in tutto questo?"
hihihihi
"uando non creava, ?senza piacere? ma con freddo entusiasmo, aveva nuove crisi di bestiale aggressività, allucinazioni audiovisive, manie di persecuzione e via discorrendo. L?arte era, quindi, il suo calmante"
Ma che straaaano... Un caso unico, proprio :))
"tuttavia viene scoperto, arrestato una prima volta, liberato, colto nuovamente in flagrante con una bambina di tre anni"
ahi dio mio..
"È una prosa caratterizzata da ripetizioni e contraddizioni: il titolo è ?Dalla culla alla tomba?"
Molto beckettiana questa cosa...
Comunque, è da avere. La tua recensione fa proprio venire voglia di leggerlo.
Sull'artista pazzo... è un tema che nel campo delle arti visive è generalmente superato. Van Gogh, Ligabue o altri vengono celebrati per le creazioni a mente lucida, non per le loro fasi deliranti. I media gonfiano il tutto, come sempre. Da quanto ho capito il povero Wolfli fa parte dell'arte grezza, cioè di una branca "minore" e comunque molto peculiare: "un'arte spontanea, senza pretese culturali e senza alcuna riflessione" (wiki). Un caso romantico, curioso ed eccessivo, ma che non può incarnare il punto di partenza per studiare la mente dell'artista... :)
ti piacerà, Hammer...
Ok ;)
[Wolfli] Gran libro! Davvero
[Wolfli] Gran libro! Davvero grande!
[wolfli] senza dubbio:).
[wolfli] senza dubbio:).